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Orpheus’ Song

IL SOLE 24ORE

Il canto instancabile di Orfeo

Ermanno Bencivenga

Il poeta crea, portando ordine nel caos, rischiarando le tenebre, calmando l’ansia e l’orrore. Un mondo inerte si anima al suono dei suoi canti e acquista una forma più armonica, meno foriera di minacce: le onde del mare si quietano, i pendii addolciscono la loro ruvidezza, l’erba che li ricopre danza a un ritmo sereno. Le pietre si sollevano e spontaneamente compongono un tempio. Si ammansiscono fiere; acqua zampilla dalle rocce; si smuovono foreste. La materia greve che fa di tanti esseri umani ottusi e inconsapevoli bruti, pronti solo alla violenza e all’oltraggio, diventa spirito: ragione e comunicazione, conoscenza e progetto. I barbari arano campi e edificano torri e piazze; il vate con la lira in mano, uomo e donna insieme, pulsante d’amore e di potenza generativa, svela loro i misteri benefici dell’accordo e della cooperazione.
Il poeta è spinto dalla musa, cera flessuosa nelle sue mani, timido ostaggio in sua balìa, efficace strumento per i suoi scopi. Così pungolato, visita ogni angolo della Terra, ascende al cielo, s’inoltra negli abissi infernali del peccato e del dolore, tacitando anche il loro strazio con i suoi versi. Tradito per un attimo da un’insana curiosità, volge lo sguardo per rimirare l’origine di tanto vigore: in quell’attimo desidera anche lui, come ognuno dei suoi mediocri discepoli, capire, appropriarsi, controllare. Ma proprio allora, mentre si specchia nell’inquieta origine della sua forza e ne coglie l’intima, assoluta necessità, l’immagine svanisce, inghiottita dai medesimi abissi insondabili dai quali egli l’aveva evocata. Bisogna avere il coraggio di guardare sempre e solo avanti.
Il poeta, che combatte la paura, ne è vittima. È respinto dalla società dei vili, aggredito da un mondo che, incapace di suoni, fa tremendi rumori; incapace di reverenza e stupore, insulta e distrugge. È fatto a pezzi, «ucciso perché è diverso, per quel che sapeva e insegnava, per come amava»; ma la sua testa staccata dal corpo, portata a riva dalla marea nell’isola di Lesbo, non cessa di cantare e la sua voce risuona ovunque, instancabile, nel vento, tra le fronde e tra i flutti. Una, mille volte risorgerà; una, mille persone gli faranno onore raccogliendone il retaggio. Perché il poeta non muore: è la vita stessa del cosmo. Sappiamo molto poco di Orfeo, di cui qui sopra ho adombrato la personalità e la storia ammesso che sia davvero esistito. Nel l’antichità gli vennero attribuite numerose opere: fra le altre, un trattato di astrologia, uno sulle piante, libri sulla creazione del cosmo e sui nomi degli dèi. Quasi tutto è perduto. Quel che ancora circola sotto il suo nome, ed è probabilmente apocrifo, sono il suo resoconto del viaggio degli Argonauti, 87 inni e il poema Lithica, sulle proprietà magiche dei minerali. Se la sua produzione è scarsa e incerta, però, il suo nome, la sua figura e il suo messaggio sono onnipresenti nella nostra cultura, e a questa presenza Ann Wroe, storica e giornalista, autrice di biografie di Pilato e Shelley, dedica un testo erudito e appassionato, composto con cura e con grazia: Orpheus: The Song of Life.
Seguiamo dunque alcuni degli innumerevoli echi lasciati dal padre dei poeti, ricordando che «ogni epoca lo reinventa, ma nessuna mette su di lui uno stampo definitivo, perchè il giovane con la lira cambia a seconda di chi lo incontra». Rilke ne scrive, anzi gli scrive: lo provoca e lo interroga. «È facile per un dio», gli dice; ma quando verserai la terra e le stelle dentro di noi? Marsilio Ficino ricostruisce la sua lira e ne canta gli inni appena scoperti per trovare pace. Francesco Bacone giudica la sua morte una metafora delle umane vicende e Carl Gustav Jung lo frequenta nei suoi sogni e nelle sue visioni per scoprire il proprio destino. Jean Cocteau nel film omonimo lo accasa nei sobborghi di Parigi e lo fa innamorare una seconda volta: della morte. Seneca nella tragedia Hercules Oetaeus descrive una scena degna di San Francesco: una folla di uccelli, alberi e monti incantati dalle sue celesti melodie. Giorgione dipinge sé stesso come Orfeo, nell’atto di perdere Euridice trascinata via verso il fuoco eterno da un demonio. Remigio di Auxerre, nel nono secolo, fa di Euridice la musica stessa, il senso più profondo dell’attività di Orfeo. Claudio Monteverdi «chiama a raccolta tutta l’audacia della musica dell’epoca» per restituirci l’avventura soprannaturale dello sposo che cerca la sua compagna negli inferi.
Sono solo esempi, naturalmente: poche tappe offerte qui a illustrazione di un percorso infinito. Bastano però, forse, per dare un’idea della tesi di Wroe, di cui questo libro si fa brillante e suggestivo carico: «Orfeo non ha mai lasciato la coscienza degli uomini. Di lui non ci sono che frammenti: una frase qui, una menzione là, dubia vel spuria, come dicono gli studiosi. Eppure Orfeo spazia per la civiltà occidentale come i cantastorie un tempo viaggiavano per i sentieri d’America e d’Europa. Non ha radici sicure ma continua a ritornare, come se avesse qualcosa di urgente da dirci».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Ann Wroe, Orpheus: The Song of Life, New York, The Overlook Press,
pagg. 262, s.i.p

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-11-25/canto-instancabile-orfeo-081458.shtml?uuid=Ab9xAD6G

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