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The so called “Permanent Crisis”

dollari  Il film [“Mi piace lavorare (Mobbing)”, di Francesca Comencini del 2004, ndr] mostra bene tutto il cinismo che contraddistingue gran parte del mondo del lavoro contemporaneo. La concorrenza sfrenata e la condizione di crisi permanente, di cui continuamente si parla, fanno sì che indifferenza e crudeltà divengano la regola. Siamo molto lontani dagli anni Cinquanta- Settanta, gli anni dei grandi movimenti collettivi. E non solo per ragioni economiche. Se è vero, infatti, che su numerosi settori di attività pesano i vincoli finanziari, è anche vero che i vincoli non sono così pressanti ovunque e che spesso l’argomento ‘crisi’ è un espediente per giustificare ogni sorta di abuso di potere. In molti casi la crisi si traduce nell’alibi perfetto per le decisioni insensate e incoerenti assunte dalle aziende. Tutto ciò permette tuttavia di alimentare un clima di paura che scoraggia ogni forma di protesta. Una crisi, infatti, è per definizione uno stato transitorio, un momento difficile che prelude al ritorno alla ‘normalità’. Solo quando la crisi diventa permanente, è ammissibile far ricorso a pratiche discutibili e metodi contestabili, per sbarazzarsi dai soggetti ‘scomodi’.

Michela Marzano, “Estensione del dominio della manipolazione”, Milano, Mondadori, 2010, pg.41

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