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There’s no education without happiness

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SCUOLA/ Feuerstein, non c’è educazione senza felicità

Martedì 29 aprile (la notizia è arrivata in Italia solo giorni dopo) si è spento nella sua casa di Gerusalemme Reuven Feuerstein, classe 1921,
ebreo rumeno, internato nel 1944 e scampato all’Olocausto grazie a un modo di usare la ragione che passò poi la vita a educare: “Abbi fiducia, perché la speranza c’è” era il suo motto. Se hai fiducia di poterti salvare, allora la tua capacità di osservare si acuisce; i dettagli si stagliano chiaramente nel pensiero; vedi cose, persone, situazioni che altrimenti non avresti visto; metti assieme quei dati in vista di un obiettivo, e poi quando la vita lo permette, arrivi a vedere la via
d’uscita, e la tenti, e ne esci libero, sperimentando così che un motivo
per sperare esiste. Non solo esiste, ma ti restituisce salva la vita,
nonostante il mondo fuori si accanisca, infierisca, tormenti,
perseguiti, strazi te e la tua gente.

Poco più che ventenne, a Bucarest Feuerstein insegnava già ai figli dei
deportati, e poi in Israele continuò a educare i bambini e i ragazzi
sopravvissuti alla persecuzione. Ha dimostrato che per educare ci vuole
qualcuno che medi, che si metta in mezzo tra te e la realtà, sapendo
farti percorrere tutta la distanza che ti separa da essa; sapendo come
aiutarti a entrarvi fino in fondo; sapendo come fartela conoscere
(/intenzionalità/).

Ha dimostrato che chi impara non può rimanere passivo, ma deve diventare
il protagonista del cammino che sta facendo; potrebbe anche modificare
profondamente la prospettiva, l’angolo di visuale o di lettura della
realtà che riceve, ma proprio il fatto di riceverla lo rende capace di
attestarne una propria (/reciprocità/).

Ha dimostrato che per educare occorre aiutare a trascendere
l’immediatezza, la superficie del dato, con un’intelligenza, con una
capacità cioè di vedere le cose fino in fondo, che va molto al di là di
quanto riesco a misurare (/trascendenza/). Se ad esempio – diceva –
prima di sedermi a tavola mi lavo le mani; me le lavo in un certo modo,
e poi come avviene nella nostra cultura benedico il Re dell’universo
prima di iniziare a mangiare, e poi mangio alcuni cibi e non altri, e in
un dato ordine in relazione ad eventi che condivido culturalmente con un
intero popolo, allora faccio del mangiare un’esperienza che va molto al
di là di un fatto di mera sussistenza biologica, e che mi inserisce in
un ordine di vita dentro il quale le cose assumono un significato.
Questo è precisamente ciò che rende umano quel mangiare – diceva: la
possibilità di trascendere la sua immediatezza.

Infine ha dimostrato che per educare è necessario tradurre, trasportare,
portare con sé il significato che le cose hanno. «Professor Feuerstein –
gli chiesi un giorno – in Italia quello che lei definisce “significato”
viene tradotto e spiegato nei modi più diversi, irriconducibili l’uno
all’altro. Per lei in che cosa consiste esattamente il “significato” al
quale educare?». E lui mi rispose: «/The meaning of life/»: un senso
dell’esistere mio, dell’altro, delle cose, del reale. Senza un senso del
reale non si introduce al reale, non si educa. Chi vive senza un senso
della vita, del proprio esistere, dell’esistere delle cose, non è perché
non ne abbia il bisogno – diceva −, ma perché quel bisogno in lui, non
trovando risposta, nel tempo si è assopito. Eppure rimane lì,
strutturalmente presente, strutturalmente definitorio dell’umano, aperto
a qualsiasi ipotesi da verificare, che, lontano dall’essere
un’imposizione, sarà invece l’unica occasione data a ciascuno per andare
alla ricerca di una risposta vera, personale, inalienabile, al proprio
bisogno di senso (/significato/).

E Reuven Feuerstein capì così perfettamente che queste (/intenzionalità
e reciprocità, trascendenza, significato/) sono le tre condizioni che
salvano l’umano nell’uomo, anche fuoriuscito da un campo di sterminio,
da passare l’intera vita a costruire gli strumenti di un lavoro che
rende la ragione capace di allargarsi oltre la percezione immediata
delle cose, fino a coglierne il senso.

Costituiscono quindi l’eredità che egli ci ha lasciato il suo
/Instrumental Enrichment Program/, l’insieme degli strumenti classici
(età scolare) e nuovi (età prescolare e scolare di base) per lo sviluppo
cognitivo; il suo /Learning Propensity Assessment Device/, l’insieme
degli strumenti per la valutazione dinamica dell’attitudine o della
predisposizione dell’uomo ad imparare; la sua /Cognitive Map/, l’insieme
degli elementi implicati nel processo conoscitivo (un contenuto; un
linguaggio che lo veicola; un livello di complessità al quale lo si
considera; […]

Manuela Cervi,  giovedì 8 maggio 2014

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Categorie:Uncategorized
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