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Soul Impatience

rooted E io sono così, futile  e sensibile, capace di impulsi violenti  e coinvolgenti; buoni e cattivi; nobili e vili; ma mai di un sentimento che perduri, mai di una emozione che continui e penetri nella sostanza dell’anima. Tutto in me tende ad essere poi un’altra cosa: una impazienza dell’anima verso se stessa, come verso un bambino inopportuno; una inquietudine sempre crescente e sempre uguale. Tutto mi interessa e nulla mi prende. Seguo tutto sognando sempre; fisso le minime contrazioni del viso di colui con cui parlo, colgo le intonazioni millimetriche del suo modo di dire; ma  nell’udirlo, non lo ascolto, penso ad un’altra cosa, e quello che meno ho colto nella conversazione è stata la nozione di ciò che è stato detto, da parte mia o da parte di colui con cui ho parlato. Così, a volte, ripeto a qualcuno ciò che già gli ho ripetuto, gli chiedo  di nuovo ciò a cui lui ha già dato una risposta; ma posso descrivere, in quattro parole fotografiche, il sembiante muscolare con cui lui  ha detto ciò che non ricordo, o l’inclinazione di udire con gli occhi con cui ha recepito la narrazione che non ricordavo di avergli fatto. Io sono due, e entrambi distanti – fratelli siamesi non congiunti.

Ferdinando #Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”, Newton Compton Editori, Roma, 2013,  pg.18

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Categorie:Uncategorized
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