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Self-deception

Se questa vita ha qualcosa per noi e se, salvo la stessa vita, dovessimo ringraziare gli Dèi, questa cosa è il dono di non conoscersi: di non conoscere noi stessi e di non conoscere gli altri. L’anima umana è un abisso scuro e vischioso, un pozzo che non si usa nel mondo superficiale. Nessuno amerebbe se stesso se si conoscesse, e così, se non ci fosse la vanità, che è il sangue della vita spirituale, moriremmo di anemia nell’anima. Nessuno conosce l’altro, e meno male che non lo conosce, perché se lo conoscesse, seppure madre, moglie o figlio, riconoscerebbe in questi, l’intimo metafisico nemico. Ci capiamo perché ci ignoriamo. […]  La vita che si vive è un fraintendimento fluido, un’allegra media tra la grandezza che non c’è e la felicità che non può esistere. Siamo contenti perché, persino nel pensare e nel sentire, siamo capaci di non credere nell’esistenza dell’anima. Nel ballo in maschera che viviamo, ci basta un abito gradito, che nel ballo è tutto. Siamo servi delle luci e dei colori, ci muoviamo nella danza come nella verità e, – soltanto, se soli e scompagnati, non danziamo – non conosciamo neppure il grande freddo della fonda notte esteriore, del corpo mortale sotto gli stracci che gli sopravvivono, di tutto quello che, da soli, crediamo sia essenzialmente noi, ma in fondo non è altro che la parodia intima della verità che noi supponiamo.Tutto ciò che facciamo o diciamo, tutto ciò che pensiamo o sentiamo, ha la stessa maschera e lo stesso domino. Per quanto ci spogliamo degli abiti, non arriviamo mai alla nudità, perché la nudità è un fenomeno dell’anima e non dell’atto di togliersi il vestito. Così, vestiti di corpo e anima, con i nostri abiti multipli incollati a noi come piume di uccelli,viviamo felici o infelici, o persino senza sapere chi siamo, il breve spazio che gli dèi ci offrono per divertirci, come bambini che prendono sul serio i giochi. Pochi di noi, liberi o maledetti, vedono all’improvviso – ma anche costoro rare volte vedono – che tutto quello che siamo è ciò che non siamo, che ci sbagliamo su ciò che sia corretto e non abbiamo motivo di concludere che sia giusto. E colui, che in un breve momento, vede l’universo spogliato, crea una filosofia, o sogna una religione; e la filosofia si diffonde e la religione si propaga, e coloro che credono nella filosofia iniziano a usarla come un abito che non vedono, e coloro che credono nella religione cominciano a indossarla come una maschera di cui si dimenticano.E, senza conoscerci e senza conoscere gli altri, dunque intendendoci allegramente, passiamo nel vortice della danza o nelle conversazioni del riposo, umani, futili, seri, al suono della grande orchestra degli astri, sotto gli sguardi sdegnosi ed estranei degli organizzatori dello spettacolo. Solo loro sanno che siamo prede dell’illusione che ci hanno creato. Ma quale sia il motivo di tale illusione, e perché esista questa, o una qualsiasi altra illusione, o perché costoro, anche essi illusi, abbiano fatto in modo che avessimo l’illusione che ci hanno dato, – questo, di sicuro, neanche loro lo sanno.
Fernando #Pessoa, Il Libro dell’Inquietudine, Roma, Newton Compton, 2006, pp.180-181
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Categorie:Uncategorized
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