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Mio articolo pubblicato sul Dasein Journal, n.2/2014

http://www.psicoterapiaesistenziale.org/Dasein/Dasein%20n2/Dasein%20Journal%20N2.pdf

 

Logoanalisi, atteggiamento filosofico e autoironia
Logoanalysis, philosophycal attitude and self-humour

Lucia Zorzi 1

Abstract
Nel campo che accomuna logoanalisi frankliana e atteggiamento filosofico, l’umorismo e l’autoironia rappresentano una espressione della capacità di autodistanziarsi e autotrascendersi, due caratteristiche – secondo Viktor Frankl – che  appartengono all’essere umano. Riuscendo a vedere la propria situazione esistenziale  dall’alto, come fa anche un filosofo, diventa possibile conferire un senso alla propria  vita. L’autoironia, il saper ridere di se stessi, aiuta ad abbattere le difese di onnipotenza che impediscono lo sviluppo di una personalità armonica (e di una  autentica consapevolezza di sé). Aiuta anche ad affrontare le difficoltà inevitabili e a  uscire dall’esistenza gregaria di chi non è libero di scegliere il proprio orizzonte esistenziale, ma si lascia scegliere dalla vita.
Parole chiave: umorismo – autoironia – distanziamento – trascendenza

Inside the field logoanalysis shares with philosophical attitude, humour and self-irony represent the ability to trascend and place oneself at a distance. Viktor Frankl thought those to be two peculiarities of human beings. If one succeeds in watching his own existence from above, as philosophy suggests, it becomes possible to give a meaning to his life. Self-irony, the ability to laugh at
oneself, can win our omnipotence defense mechanism so as to let a harmonious personality grow (together with a true self-awareness). It helps as well to face inescapable difficulties and to avoid the  anonymous existence of those who are not free to choose their life, but are chosen by life itself.
Key words: humour – self-irony – distancing – transcendence

1 Counselor filosofico SICoF

La logoanalisi frankliana
La dottrina terapeutica denominata da Viktor Frankl ‘logoterapia’ si accosta alla tradizione fenomenologica tedesca di Husserl, Stein, Heidegger e Scheler. A quest’ultimo lo psichiatra austriaco fa esplicito riferimento portando con sé ad ogni conferenza “Il formalismo nell’etica e l’etica materiale del valore”, testo che rappresenta il sistema fenomenologico di Max Scheler secondo il quale i valori posso essere considerati in una quasi precisa scala di priorità (a seconda della loro altezza – ordine preferenziale – e della loro ampiezza – diffusione e durata). Dalla fenomenologia di Husserl, Frankl ricava la teoria della triplice categorizzazione dei
valori (quelli costruttivi, quelli esperienziali e quelli di atteggiamento).  Dall’esistenzialismo di Kierkegaard e Nietzsche gli deriva la convinzione che l’individuo sia unico e irripetibile, oltre che irriducibile a qualsiasi classificazione. Sono tante altre le suggestioni filosofiche nel pensiero di Viktor Frankl che lo portano ad elaborare il suo modello di umanità tridimensionale. Una persona, è
convinto, non può essere analizzata solamente attraverso i propri problemi organici o quelli psichici: importante è soprattutto il piano noetico, attraverso il quale è possibile attribuire un senso ad ogni domanda che la vita ci pone. Non si tratta di tre
dimensioni stratificate, ma di realtà che si compenetrano: il sé noetico può sollevarsi sopra i disagi psicofisici e anche dove non gli è dato guarire, può sempre cambiare atteggiamento nei confronti dei vissuti difficili. È proprio nella dimensione noetica che viene ospitata l’unicità di ciascuno. Il senso della vita viene man mano costruendosi dentro la nostra consapevolezza quando sappiamo riconoscere i valori per noi importanti, quelli che ci appartengono veramente e che ci assegnano un compito. Solo un valore compreso acquista un significato e diventa logos. Lo psichiatra austriaco, sopravvissuto a quattro campi di concentramento, ha messo a punto questo modo di porsi di fronte ai problemi esistenziali intuendo che questi spesso sorgono da un vuoto di senso: attivando una ricerca di significato, quella situazione può far emergere un’apertura a significati altri, finora non percepiti, che
possono riattivare uno stato di benessere nella persona rimettendone in moto lo slancio vitale. Viktor Frankl definiva la sua come la terza scuola viennese di psicoterapia (oltre a quelle di Freud e Adler). Nella sua esperienza clinica aveva capito che ci sono domande a cui non esiste risposta. Chiedere “Qual è il significato della vita?” è come chiedere ad un giocatore di scacchi “Qual è la miglior mossa nel gioco?”. Non esiste un’unica risposta valida perché dipende dalla situazione concreta di quel momento particolare, dalle mosse dell’avversario, da imprevedibili fattori esterni. La logoterapia affianca la persona proprio in questa ricerca: ogni uomo deve trovare il proprio significato della vita, di volta in volta, in ogni situazione. Anche nei momenti tragici e negativi che il destino può portare. La citazione di Nietzsche: “Chi ha un perché per vivere può sopportare un qualsiasi come” rende perfettamente questo concetto. Ecco che diventa fondamentale, per vivere meglio, comprendere l’assetto valoriale su cui la persona ha costruito la propria visione del mondo, rendendo possibile l’apertura a ulteriori nuovi significati.
L’interesse iniziale è stato tutto per Freud, ma ben presto Frankl si iscrive alla Scuola di Psicologia Individuale di Adler (che era un alunno dissidente di Freud). Poi arriva anche la rottura con la scuola adleriana: né Freud, né Adler, secondo lo psichiatra
austriaco, avevano saputo uscire dal determinismo delle loro dottrine. Frankl non poteva condividere la teoria dei meccanismi inconsci delle pulsioni libidiche raccontati da Freud e non poteva concepire che le azioni del soggetto fossero motivate a insaputa dello stesso. Né poteva accettare la teoria adleriana dei meccanismi compensatori che rendevano reattivo il comportamento umano. Il padre della logoanalisi, a tal proposito, fonda un pilastro della sua teoria: è vero che l’uomo non può evitare i condizionamenti a cui è sottoposto, ma anche in quel caso gli resta pur sempre la libertà di scegliere che tipo di atteggiamento adottare di fronte al condizionamento. Ecco perché non c’è spazio nemmeno per la simbolica archetipica di Jung: Frankl è fortemente convinto che ogni uomo sia pienamente responsabile di ciò che fa, di ciò che ama e anche di ciò che soffre. Anche di fronte alla sofferenza, infatti, l’uomo è libero di scegliere come porsi, di trovarvi un senso, di trasformarla in bagaglio positivo per l’esistenza. Ne ha fatto esperienza sulla propria pelle, osservando gli altri internati nei campi di concentramento. Ecco che la sua si
presenta come una continua tensione verso uno scopo (un ideale o una persona) prima da individuare e poi da raggiungere. Il senso della vita, secondo Frankl, si trova proprio nella ‘libertà per’, nella scelta di donarsi a qualcosa o a qualcuno. Secondo lui,
si sta bene solo quando c’è un compito esistenziale. È proprio questo che ci permette di autotrascenderci per orientarci al di là e al di sopra di noi stessi. Trattare l’uomo come un sistema chiuso che si attenga al principio dell’omeostasi significa negare che la sua sia invece un’essenza aperta: essere uomo significa restare sempre proteso verso l’altro da sé (“forza di resistenza dello spirito”, la chiama Frankl), capendo che tutto quello che è dato è salvato per sempre e che possiamo continuamente aprire la nostra vita ad altri significati.
Due sono le caratteristiche peculiari dell’essere umano: l’autodistanziamento – che ci insegna ad oggettivarci – e ‘autotrascendenza. Il primo consente alla persona di guardarsi dall’esterno, di osservarsi e di prendere posizione anche nei confronti di se stesso. Il mio destino non è ineluttabile, posso sempre scegliere che persona voglio diventare. Chi sa autodistanziarsi è capace di umorismo: ridere di sé implica infatti la capacità di vedersi e percepirsi diversi. Solo se riesco a vedere qualcosa di più della mia malattia, del mio disagio, del mio condizionamento, se non mi ci identifico completamente, allora posso cambiare.
La seconda caratteristica è l’autotrascendenza, la capacità di orientarsi al di là di se stessi donandoci ad uno scopo per noi importante. Nel momento in cui l’uomo è totalmente preso da un compito esistenziale che lo assorbe, dimentica se stesso e
realizza l’autotrascendenza. Qui si sta parlando di qualcosa di più dell’autorealizzazione. Il mio fine non sono io stesso: comincio con me stesso, ma non finisco con me stesso, imparo a conoscermi ma per rivolgermi ad altro da me.
Occorre che la meta sia al di fuori di noi. La metafora usata da Frankl è quella dell’occhio che vede se stesso quando è malato di cataratta; quando invece è sano, l’occhio vede il mondo che lo circonda.
Secondo Frankl, questi due aspetti innati ci permettono di realizzare compiti significativi e di vivere la vita in pienezza conferendole un senso. Non sono ‘libero da’ condizionamenti, ma sono sicuramente ‘libero per’ scegliere responsabilmente il
mio atteggiamento davanti a quanto mi condiziona, non si stanca di ripetere Frankl.
L’autodistanziamento e l’autotrascendenza possono essere perseguiti attraverso la dereflessione, l’autoironia, l’umorismo, l’intenzione paradossa, la modulaziome di atteggiamento. La dereflessione viene applicata dove esiste un egocentrismo molto
forte o una fissazione su desideri esasperati. Si struttura in due passaggi: spostare l’attenzione del paziente da sé (dando un segnale di alt) per indirizzarla al di fuori di sé (indicatore di direzione). L’intenzione paradossa mira a invertire l’atteggiamento del paziente davanti a paure o ossessioni, stimolando il desiderio al contrario: il paziente viene aiutato a desiderare quello che teme utilizzando la propria capacità di autodistanziamento. Frankl intuisce che invece di lottare contro le paure, è meglio provare a desiderarle, così il timore scompare. Un esempio: se una persona ha paura di svenire in ascensore, dovrebbe riuscire a salire in ascensore desiderando ardentemente di collassarvi dentro. La modulazione di atteggiamento si suddivide in quattro fasi: risvegliare la capacità di autodistanziamento; modularlo cercando elementi positivi all’interno di quelli negativi; ridurre i sintomi e rafforzare il nuovo equilibrio; infine allargare le possibilità di senso della vita. È come se la logoanalisi frankliana ci ponesse davanti ad una nuova consapevolezza: noi non siamo solo coloro che ‘domandano’, ma coloro che ‘rispondono’ alle domande dettate dal destino.

La logoanalisi e l’atteggiamento filosofico nella relazione d’aiuto
S’è detto che la logoterapia di Frankl è un orientamento psicoterapeutico che poggia su solide basi filosofiche, le cui radici fondano nell’esistenzialismo. Si tratta di una teoria molto flessibile e articolata che fin dal suo inizio si è aperta alla psicologia umanistica e all’analisi esistenziale come la intendeva Binswanger. Tre le colonne portanti su cui si basa: la libertà della volontà, la volontà di significato e il significato della vita. La cornice comune è la ricerca di far camminare insieme libertà e destino.
Un’accentuata matrice filosofica, dunque, che restituisce alla filosofia vissuta in modo pratico (e non solo come una teoria) l’originaria funzione di ricerca di senso dell’esistenza e di guida nell’arte di vivere nel miglior modo che ci è possibile. La logoterapia è dunque la risposta di intervento concreta all’analisi esistenziale messa a punto da Frankl: l’uomo deve sempre tendere verso il logos (il significato, il senso di quello che gli capita) e così otterrà una soddisfazione noetica che va oltre il principio del piacere freudiano.  Frankl è convinto che una crisi esistenziale vada accolta come un’esperienza ineliminabile, che appartiene all’intima natura dell’essere: va affrontata con coraggio e autenticità, quando invece il principio del piacere potrebbe portare da un’altra parte. L’analisi che può essere intrapresa sulla nostra esistenza si orienterà verso la realizzazione di progetti ‘su misura’, calibrati secondo l’assetto valoriale di ciascuno, il carattere individuale e i suoi desideri. Aiuta a prendersi l’impegno di salvare la nostra vita dal non senso e dal fatalismo. Lungo questo cammino impegnativo, la sofferenza non può essere evitata. È qui che incide fortemente la metodologia frankliana, sperimentata sulla propria pelle. Vivere per anni sotto la continua minaccia di morte nei campi di concentramento, il timore di perdere i propri affetti senza poter fare niente per proteggerli, la progressiva perdita del senso delle giornate e della vita. Frankl aveva osservato che i prigionieri seguivano un preciso iter di reazione nei campi di concentramento: all’inizio si sentivano spogliati della propria identità per diventare solo dei numeri; poi veniva a mancare loro la speranza e la fede e imparavano a sopravvivere nell’angoscia e nella paura (qualcuno cercava il suicidio lanciandosi sui fili dell’alta tensione); infine, nei fortunati che venivano liberati, imperava l’apatia, l’incapacità di gioire dopo tante sofferenze. Come tanti cadaveri viventi, i liberati sembravano incapaci di esistenza, di riprendere la speranza, e vivevano in una specie di stato d’animo retrospettivo. Frankl aveva sperimentato che se l’uomo non sa immaginarsi un futuro, non può vivere. Lo scrive anche Ludwing Binswanger quando afferma che nelle forme depressive la protentio (progettazione) si ritira nella retentio (memoria storica, nel passato) e produce solo vuote intenzioni. È lo stesso Frankl a spiegare che la logoterapia si avvale di uno strumento di tipo logico, fatto di contro-argomentazioni filosofiche e fondato sullo scambio di idee. L’obiettivo è quello di interagire sul piano cognitivo per smontare una visione del mondo cristallizzata e disfunzionale, aprendola man mano a una ri-significazione. Per ottenere questo risultato occorre affinare la coscienza e renderla capace di discernere ulteriori significati e valori in ciò che viviamo, con il conseguente rafforzamento di un atteggiamento più responsabile. Frankl parlava di ‘psicologia dell’altezza’ in grado di mostrare della natura umana non solo le profondità inconsce, ma anche le ‘vette’ dello spirito. Questa trascendenza, questo guardarsi oltre è molto connaturato all’atteggiamento filosofico. Alla volontà di piacere di Freud e alla ‘volontà di potenza’ di Adler, Frankl contrappone la ‘volontà di attribuzione di senso’. Afferma infatti che la coscienza è un organo di significato, che non può essere prescritto come una ricetta, ma che deve venir trovato dal paziente. C’è sempre un solo vero significato in ciascuna situazione e la coscienza intuitivamente lo può scoprire, se è allenata a farlo. Possiamo affermare che la logoanalisi frankliana si presenta come la forma di psicoterapia che ha maggior affinità con una relazione d’aiuto filosoficamente orientata. A partire da un comune terreno linguistico: entrambi condividono, infatti, l’uso di molte parole chiave quali autodistanziamento, autotrascendenza, ricerca di significato, progetto esistenziale, consapevolezza, atteggiamento interiore. In entrambi quello che più conta è il metodo dialogico come già Socrate lo intendeva, cioè come una conversazione da persona a persona che sappia sviluppare effetti terapeutici ed educativi. Il dialogo socratico – per Frankl – è il paradigma di ogni relazione d’aiuto (funzione maieutica): è con esso che la logoterapia (e anche una relazione d’aiuto filosoficamente orientata) cerca di aprire il varco di una possibilità anche là dove tutto appare già deciso, per far affiorare un nuovo significato, per trovare una nuova direzione di senso. Il dialogo logoterapeutico mira proprio a questo: affiancare e sostenere l’interlocutore mentre questi cerca di ri-generare una direzione di senso, aiutandolo a prendere posizione rispetto a ciò che gli accade e riuscendo a trascendere gli avvenimenti esercitando una scelta responsabile. Anche con un intervento filosofico nella relazione d’aiuto si attua una ‘terapia’ linguistica che intende curare il linguaggio della persona, se quel linguaggio evidenzia disagi esistenziali. Per Wittgenstein i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo. Allora lo scopo principale della filosofia diventa la chiarificazione logica dei pensieri. Non una dottrina, ma una attività che può ‘curare’ il linguaggio e, di conseguenza, il mondo di una persona. Si è anche scritto che la logoterapia di Frankl è di fatto una pratica filosofica clinica (Demetrio), una pratica che aiuta a penetrare nel nostro pensiero e nei modi di essere degli altri. Gli stessi metodi usati dalla logoterapia (dialogo socratico, modulazione dell’atteggiamento, dereflessione, intenzione paradossa) possono essere considerati la versione moderna degli esercizi spirituali antichi. È inoltre riscontrabile una similitudine metodologica tra logoanalisi e relazione d’aiuto filosoficamente orientata: entrambe partono dalla dimensione noetica della persona. Il ‘dover essere’ è del tutto individuale per Frankl, non esistono leggi generali che insegnino come vivere. La logoterapia, come anche l’atteggiamento filosofico in una relazione d’aiuto, si pongono empaticamente nell’incontro con la persona che chiede aiuto, con l’obiettivo di aiutarla ad accedere al logos, di sfrondare cioè i significati stantii e disfunzionali, senza interpretarli in base a paradigmi precostituiti, ma con l’intento di bonificarli nei termini che contano davvero per la persona coinvolta. La loro è una funzione maieutica che cerca di portare alla luce nuove possibilità esistenziali, di guardare sia il dritto che il rovescio della trama che la vita traccia. Il loro intervento ha l’accortezza di non dare mai nuovi significati ma di aiutarli a venire trovati. Entrambi sono aperti a qualsiasi apporto culturale interessante per raggiungere lo scopo, senza dogmi né giudizi di valore. Rappresentano in sostanza due motori potenti che spingono a cercare continuamente di farci corrispondere alla vita che viviamo, perché diventi la nostra vita.

Umorismo e autoironia nell’analisi esistenziale
Abbiamo sottolineato come l’analisi esistenziale prenda forma dagli sviluppi della fenomenologia di Husserl e dall’ontologia esistenzialistica di Heidegger e rientri nell’ambito della psicologia umanistica che si concentra sull’unicità di ciascun essere
umano, capace di riflettere su se stesso e di autodeterminarsi. Si parla anche di antropoanalisi, della quale uno dei principali esponenti è Ludwig Binswanger. È proprio al Dasein, all’Esser-ci, che Heidegger fa risalire l’ente che si relaziona con
l’essere attraverso le tre dimensioni del tempo vissuto. Quando la relazione con la temporalità è alterata, l’uomo non è più in grado di vivere autenticamente la propria vita e si ammala. L’analisi esistenziale è dunque molto legata al concetto di
temporalità: è attraverso il nostro rapporto con il tempo vissuto che possiamo autoconfigurare la nostra esistenza.
Dietro la visione di Frankl c’è molta fiducia nell’essere umano e nelle sue capacità. Il logoterapeuta accetta la sfida pedagogica di portare l’uomo dentro la propria stessa umanità. Autodistanziamento e autotrascendenza ben rappresentano la coscienza
umana, secondo Frankl, mentre umorismo e autoironia si configurano come abilità fondamentali che aiutano a trovare un senso alla propria vita. La volontà di significato non è un bisogno ma il desiderio di trovare un valore. Si entra così nel difficile regno della libertà tracciato dai nostri valori-guida.
Se è vero che la sofferenza probabilmente fonda la terapia di Frankl, è anche vero che lo psichiatra austriaco ha ben chiaro come la sofferenza sia anche la vera fonte dell’umorismo. Anche nella sofferenza, infatti, Frankl fa l’esperienza di non essere completamente schiavo del dolore: sicuramente ha sofferto, ma è riuscito anche a sollevarsene, ad uscirne fuori. L’autoironia porta all’autodistanziamento e rompe così certi automatismi, con la conseguenza che non c’è più posto per un Io onnipotente che si prenda sul serio. Si tratta di un atteggiamento interiore, di una abilità cognitiva che si apprende. Se imparo a ridere di me ammettendo il mio limite, imparando dagli errori, non assolutizzando il mio punto di vista, guadagnerò nuovi significati, saprò vivere meglio anche la sofferenza. Combattendo l’ipertrofia dell’Io saprò riprendere in mano i pensieri negativi per cercare altri significati, sarò capace di autotrascendenza.
Ridere rappresenta la libertà per esprimere i miei condizionamenti nel darmi a qualcosa o a qualcuno. Più sono proiettato verso l’altro, più sarò capace di ridere di me. Andare al di là della sofferenza vuol dire diventare creativi. Se l’umorismo e l’autoironia sono abilità che si apprendono, può risultare utile il gioco che proponiamo.

I sei cappelli per pensare
Il gioco si ispira al testo di Edward De Bono, dal titolo omologo, e fa sperimentare la capacità di cambiare punto di vista, stimolando intenzionalmente nuovi modi di pensare. Non sono l’utilizzo del pensiero verticale, che deve sempre seguire sequenze
logiche, non può commettere errori, ma anche del pensiero laterale, che può procedere per salti.
Mi immagino in una situazione conflittuale/complessa concreta e provo ad affrontarla indossando sei cappelli di colore diverso, prendendo posizioni diverse, uscendo dai miei pregiudizi, considerando punti di vista alternativi per trovare una gamma di soluzioni più ampia. Ecco i diversi ruoli implicati dai diversi cappelli:

1) cappello bianco (razionalità): analisi dei dati, iper-razionalità, ricerca di informazioni e di analogie, è il pensatore imparziale che mira esclusivamente ai fatti. Esclude presentimenti, intuizioni, sentimenti, opinioni, impressioni.
2) cappello rosso (emotività): tira fuori i propri vissuti emotivi senza remore, senza filtri, può dire quello che vuole, esprimersi di getto, aver sfoghi liberatori, come se ritornasse bambino. Non giustifica mai le proprie emozioni, né motiva quello che dice. Accende e spegne le sensazioni in pochi istanti, senza strascichi.
3) cappello nero (pessimismo), indossato dall’avvocato del diavolo, razionale ma sempre negativo, elimina le idee che non funzionano, smonta sempre, censura, punzecchia.
4) cappello giallo (ottimismo), è quello che rivela sempre gli aspetti positivi, le opportunità che si aprono, spinge sull’ottimismo (ma può sfociare nell’ingenuità).
5) cappello blu (controllo), è quello che organizza il processo del pensiero, appiana le controversie, impone disciplina, è come un direttore d’orchestra che impartisce istruzioni e commenta ciò che osserva, ponendo le regole del gioco.
6) cappello verde (creatività), indica sbocchi creativi, nuove idee, fa proposte migliorative e, utilizzando anche visioni insolite, trova nuove soluzioni.
L’intento del gioco è ironico, e ci insegna come possiamo affrontare un problema da ottiche diverse e, di conseguenza, vivere in maniera diversa, legittimandoci a tirar fuori aspetti inediti di noi. Prima indosserò un cappello per volta, poi cambierò velocemente il colore del cappello e quindi posizione nei confronti della situazione inscenata. I cappelli permettono simbolicamente di attraversare quella stessa situazione con tanti punti di vista contemporaneamente. L’obiettivo è quello di
rompere la rigidità degli abituali metodi razionali che abbiamo imparato a usare. Nuovi comportamenti potranno essere messi in atto solo uscendo dagli schemi prefissati, dubitando delle presunte certezze acquisite, cercando idee inedite. La parte più interessante del gioco è sperimentare il punto di vista più lontano da noi, permettendo così ad un ottimista di esprimere pensieri negativi, oppure ad un emotivo di avere un approccio razionale al problema.

Bibliografia
Bergson H. “Il riso. Saggio sul significato del comico” Roma-Bari, Laterza, 1982.
Berra L. “Filosofia ed esistenza. Analisi Esistenziale, Logoterapia e Counseling Filosofico” Padova, Libreria Universitaria, 2012.
Blasucci S. “Socrate: saggio sugli aspetti costruttivi dell’ironia”, Bari, Adriatica, 1982.
Bruzzone D. “Viktor Frankl. Fondamenti psicopedagogici dell’analisi esistenziale”, Roma, Carocci Editore, 2012.
Bruzzone D. “Autotrascendenza e formazione. Esperienza esistenziale, prospettive pedagogiche e sollecitazioni educative nel pensiero di Viktor E. Frankl”, Milano, Vita e Pensiero, 2001.
Cecchin G., Lane G., Ray Wendel A., “Irriverenza. Una strategia di sopravvivenza per i terapeuti”, Milano, Franco Angeli, 2001.
De Bono E. “I sei cappelli per pensare”, Milano, Bur, 2011.
Frankl V. “Uno psicologo nei lager”, Milano, Edizioni Ares, 2007.
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Freud S. “Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio”, Roma, Newton Compton, 1985.
Jankelevitch V. “L’ironia”, Genova, Il Melangolo, 1987.
Kierkegaard S. “Sul Concetto di ironia in riferimento costante a Socrate”, Milano, Guerini e Associati, 1989.
Madera R. “Che cos’é l’analisi biografica a orientamento filosofico?”, in Brentani C., Madera R., Natoli S. et al. (a cura di) “Pratiche filosofiche e cura di sé” Milano, Bruno Mondadori, 2006.
Morin E. “Elogio della metamorfosi” La Stampa, 14 gennaio 2010, pag. 33.
Rolla E. “Così non mi piaccio. La terapia dell’umorismo”, Milano, Gribaudi 2005.
Watzlawick P. “Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica”, Milano, Feltrinelli, 2013.
Zaiser R. “Dagli esercizi spirituali dei filosofi antichi ai metodi della logoterapia. Viktor Frankl, pioniere della pratica filosofica moderna”, Ricerca di senso, vol. 6, n. 1, febbraio 2008.

 

 

http://www.sscf.it/images/Rivista%20Italiana%20di%20CF/Rivista%20SICoF%20numero%208_2012.pdf

A pg. 201 della Rivista Italiana di Counseling Filosofico, Anno VII  Numero 8 dell’ottobre 2012,  è stato pubblicato una mia recensione intitolata “L’arte di educare alla vita”.

 

Pierre Durrande, L’arte di educare alla vita, Comunità di Bose, Edizioni Qiqajon, 2012, pp. 136


di Lucia Zorzi


Una novità editoriale delle edizioni Qiqajon, curate dal monastero di Bose in provincia di Biella, è rappresentata dalla traduzione italiana del testo di Pierre Durrande, uscito per Parole et Silence nel 2010 a Parigi con il titolo originale “Lettres à un jeune éducateur”. Si tratta di ventidue lettere che l’autore scrive a Grégor, un giovane che sta seguendo un percorso formativo per diventare educatore specializzato. L’autore è un filosofo che insegna all’Istitut Catholique di Parigi e all’Istitut de philosphie comparée; é anche direttore degli studi dei centri di pre-formazione per educatori della Fondazione d’Auteuil, particolarmente attiva nell’accoglienza e nell’assistenza di bambini in difficoltà.
Nella prefazione di Gérard Lurol vengono subito messi a fuoco i contorni del libro: cosa è una prospettiva educativa? Cosa vuol dire porsi in una prospettiva educativa? Il testo raccoglie solo le risposte dell’anziano filosofo Pierre, non le domande di Grégor, delle quali però si intuisce chiaramente il contenuto. Può essere considerato un libro di iniziazione che sonda la disponibilità interiore necessaria ad un educatore per instaurare un dialogo efficace, che suggerisce come rendere il corpo capace di sentire, di ri-accordarsi al presente, come uscire dalla pretesa di voler controllare tutto ed essere misura di tutte le cose. Viene anche sottolineata l’importanza dell’educazione al gusto e al buon gusto, l’indispensabilità dell’immaginazione e della memoria, la necessità di imparare a fidarsi. L’obiettivo, si potrebbe sintetizzare, è quello di diventare co-responsabili della propria umanità e del bene comune, dopo aver sgombrato il campo dall’Io autocentrato.
Le poche pagine della prefazione a noi hanno suggerito di leggere il testo anche attraverso il prisma di due questioni portanti: il counseling filosofico ha valenza pedagogica? Quale deve essere la predisposizione interiore di un counselor a orientamento filosofico? Il fatto che l’autore del testo sia un educatore, ma anche un filosofo, accentua l’interesse a questa doppia attenzione nella lettura.
Le prime lettere suggeriscono una modalità di entrare in relazione con la persona: prepararsi all’incontro, acconsentire all’ignoto con l’obiettivo di stabilire una relazione positiva con il mondo, incontrarsi sul terreno della soggettività, sono i primi passi da intraprendere. Prima di suggerire le traiettorie da seguire nei colloqui individuali, Durrande sottolinea l’importanza della formazione dell’educatore, che deve essere di assoluto livello e mai ritenuta conclusa definitivamente vista l’importanza che riveste. Occorre un movente interiore, innanzi tutto, in modo che la professione tragga origine da una vera e propria vocazione: in tal modo l’educatore (ma anche il counselor filosofico, crediamo) può radicarsi nella parte più autentica di sé e, da quel punto, aprirsi all’incontro. Quando si parla di vocazione non si delinea semplicemente una professione, ma si nomina “il desiderio che la attraversa da cima a fondo (pg.16). In quest’ottica va inteso un iter formativo, che deve partire da un’operazione di sgombero. Così Pierre scrive a Grégor nella prima lettera:
“… forse tu ti aspetti dai tuoi insegnanti e dai tuoi formatori che ti trasmettano il loro sapere e che questo apprendistato dell’educazione assuma in te consistenza attraverso il nutrimento offerto da questi saperi. Bisognerà che abbandoni questa idea. La tua formazione comincerà quando avrai liberato in te la tua personale capacità di conoscere. Senza questa liberazione preliminare, la trasmissione dei saperi non forma, ma conforma a un modello” (Durrande, pg.17).
E’ una posizione vicina a quella del Cf che, a differenza di altri tipi di counseling, non è rapportabile ad alcun modello teorico, se non alla sensibilità e all’iter formativo del singolo counselor.
Il punto di partenza é difficile e tira subito in ballo la responsabilità dell’assunzione della propria umanità attraverso la conversione dello sguardo. Se si accetta questa premessa, si accoglie anche la necessità di cambiare il consueto punto di osservazione, di dislocarsi per tentare un’esperienza di trascendenza dal modo quotidiano di intendere le cose. Occorre sforzarsi di andare oltre i dogmi, i pensieri automatici e irriflessi, per cercare la propria verità e quella dell’essere umano con cui entriamo in relazione, creando uno spazio di crescita comune. Non dobbiamo mai affidarci all’apparenza delle ombre (quelle nella caverna di Platone), ma almeno farle diventare degli enigmi, osservandole e interrogandole. Questo può avvenire solo se ci si mette in movimento, proprio come il prigioniero della caverna che ad un certo punto si alza e si gira verso la luce.
L’autore usa fin dall’inizio l’allegoria platonica per dire come sia importante sgombrare la mente da qualunque idea teorica di cosa sia un essere umano: l’unico punto di partenza è un desiderio di scoperta dell’uomo reale che stiamo incontrando. Non sapremo mai a chi e che cosa andiamo incontro, ma possiamo comunque prepararci all’incontro. L’educazione, secondo Platone, non è immettere la vista nell’organo (che la possiede già), ma é predisporre ad una conversione dello sguardo per imparare a guardare. Durrande considera quello dell’educatore un punto di vista privilegiato a patto che si accosti all’essere umano nella sua verità. Uno sguardo qualunque, sottolinea, non permetterebbe questo approccio.
Diventare responsabili della propria umanità in relazione agli altri è un concetto che si basa sulla constatazione che io mi conosco ed esisto solo incontrando gli altri. E’ molto importante anche che un educatore non viva nell’illusione di essere sempre all’altezza di tutte le situazioni: deve semmai imparare a capire qual è il suo posto, di volta in volta, a fianco delle diverse persone che incontra. Quel posto non è sempre lo stesso. Ciò vale anche per un counselor a orientamento filosofico: un cliente potrebbe sollecitare un intervento pedagogico, perché sente che l’esperienza del counselor con cui sta lavorando possa essergli utile, chiede che gli venga trasmessa un po’ della saggezza di vita che quel counselor per lui incarna. E’ vero che counselor e cliente sono sullo stesso piano (non c’è uno che insegna e un altro che impara), ma è pur vero che é il counselor ad avere maggior responsabilità nel condurre l’incontro e nell’analizzare il problema proposto. Può essere questa considerata una valenza pedagogica? Il counselor filosofico può fare il pedagogo? Continuiamo ad inoltrarci nel testo.
“Ciò che puoi fare per qualcuno non lo fai senza di lui, ma con lui, per un bene che intravedete in comune” (Durrande, pg.41). Un educatore (ma anche un Cf, riteniamo) cerca vie di libertà, prima all’interno di se
stesso – sperimentandone il prezzo da pagare – per poi condividerle con l’altro. L’aspetto pedagogico del Cf non è priori, semmai è la risposta ad una domanda consapevole dell’altro: sicuramente un dialogante assorbirà un modo di porsi nei confronti delle cose che non sarà coincidente con quello del counselor, ma ne respirerà il respiro, diventerà stimolo per trovare in sé uno sguardo nuovo sul mondo. L’intervento del Cf è pedagogico nella misura in cui riesce a mettere in moto un atteggiamento autopedagogico, se così si può dire, che non costituisce l’obiettivo del percorso di counseling ma una sua risultante ineludibile. Il counselor trasmetterà inevitabilmente nuove modalità di guardare alle cose, cercando di scardinare pensieri automatici, liberando la capacità del consultante di agire per il proprio benessere. Tanto più ci riuscirà quanto più saprà far risuonare dentro di sè questo percorso, imparando a rapportarsi alle difficoltà che un modo più autentico di vivere comporta.
Le lettere successive a Grégor suggeriscono il compito educativo di invertire le rotte che portano alla morte anche con l’utilizzo dell’umorismo, e della necessità di fare opera di pace. Tutto parte dall’immersione nel rumore che ci abita, in ascolto dei suoni che portano al significato. Ogni persona, infatti, parla dal livello nel quale riesce ad ascoltare. Correlata a questo discorso c’è la bulimia dell’attività a cui siamo ormai abituati, che comporta una perdita della sfera sensibile: occorre ‘prendersi tempo’, sostare nei pensieri, nei problemi e nelle domande che affiorano. Viviamo spesso a fianco delle nostre scarpe, scrive Durrande, cioè svagati, con la testa tra le nuvole: e quando non abitiamo in noi stessi non possiamo accogliere il mondo e gli altri.
“Nelle relazioni interpersonali, la conoscenza di qualcuno non ha origine da uno scambio di pensieri, ma dalla recezione di un corpo senziente nel quale si sono formati i contenuti della mente. […] L’ascolto è la recezione in sé di un’introduzione nell’altro. Ciò che capto viene elaborato dentro di me, ma proviene dal mio ascolto condotto sulla base della disponibilità del mio corpo” (Durrande, pg. 57).
Come dire che è necessario sviluppare un’antropologia del corpo per dare consistenza alla prassi educativa. L’autore propone un viaggio linguistico attraverso alcuni verbi legati all’educazione: il verbo éduquer (educare) ha preso il posto di nourrir (nutrire) ed è stato usato raramente fino al diciottesimo secolo, per imporsi poi nel ventesimo secolo. Nourrir originariamente significava ‘allevare un figlio’, venendo così accostato a soigner (curare) nel senso di ‘prendersi cura’ provvedendo alle necessità materiali di qualcuno. Oggi l’uso di éduquer indica la capacità di ‘trarre a sé’, ‘condurre, guidare, divenire capo’, ma indica anche la capacità di prendere le redini della propria umanità, elevandosi. Durrande riassume questa analisi linguistica sottolineando come nourrir ed éduquer rappresentino due approcci diversi all’uomo: il primo pone l’accento sulla realtà carnale, il secondo sulla libertà. Nourrir è in fondo la prima prova di dipendenza ontologica: ho bisogno di imparare a nutrirmi per vivere, e ‘quello che sono’ come natura mi ha fatto è la porta di accesso al ‘chi’ sono. Chiosa Durrande: “Umile via, quella della gleba, il fatto di essere tratto dalla terra, ma via luminosa se può condurmi fino al Vasaio!” (pg.60).
La vita può essere considerata un percorso che parte da ciò che siamo e va verso quello che diventeremo vivendo. Ma l’orientamento di questa traiettoria non è né scontato né predeterminato. La dinamicità della vita in cui siamo immersi non può eludere la domanda ‘Per che cosa?’: solo dopo esserci posti questo quesito la traiettoria diventa itinerario.
Qui comincia la vera educazione, secondo Durrande. Diventare responsabili della propria vita significa infatti chiedersi quale sia la finalità della traiettoria: si entra nella propria vita umana quando scopriamo le nostre ragioni per viverla. Impariamo da subito il bisogno di nutrirci, ma questo non è ancora vivere: la vita va accolta entrando in relazione con noi stessi e decidendo di viverla facendoci presenti agli altri. Nutrire un essere umano nel senso di elevarlo è per l’autore condurlo sulla soglia di un dialogo, là dove la natura cede il posto alla parola scambiata.
Una lettera (la quindicesima) viene dedicata all’importanza di educare la memoria e l’immaginazione: abbiamo bisogno della prima per rapportarci al passato e della seconda per accostarci al futuro. Vivere è mantenersi nella dimensione del presente, anche se l’oggi è costruito sul ieri e sul domani, “è forgiato dall’incontro permanente tra le nostre origini e le nostre attese” (pg.83) perché “noi siamo al contempo, ma non all’interno dello stesso rapporto, generati, creati e creatori” (pg.84). La memoria ci proietta verso la nostra origine – riflessione senza la quale non ci sarebbe vita – , l’immaginazione creatrice aiuta il nostro voler vivere e ci proietta nel futuro.
Il fondamento filosofico del ragionamento che ci propone Durrande è condivisibile nell’ambito del Cf, così i suoi sviluppi. Riflettere sul tragitto delle nostre esistenze è una chiave anche per comprendere le relazioni umane. La nostra impronta è un archetipo, non un prototipo, siamo forme di una serie originale, sempre nuova anche se costantemente riferita alla sorgente da cui proveniamo.
Il segreto della nostra umanità va compreso e questo presuppone un lavoro filosofico su se stessi, sugli altri, sul mondo e sulle cose. La filosofia aiuta a guardare l’intero, la completezza dell’ambito in cui siamo immersi: da questo punto di vista contribuisce moltissimo a quel éduquer di cui abbiamo accennato sopra. Il Cf, cioè una forma di pratica filosofica sperimentata con gli altri, è di grande aiuto per affrontare l’inevitabile inquietudine di fronte alla vita in certi suoi momenti e passaggi.
A questo punto del libro (lettere 18, 19), Durrande evidenzia la necessità di accettare di rimettersi ad altre persone per entrare più in profondità di noi stessi: altri possono aiutarci ad aprire la via della conoscenza. Occorre imparare a fidarsi e a dare fiducia, una fiducia fragile, audace e paziente, afferma l’autore. E’ fragile, perché aspetta una risposta, ma al contempo è paziente perché non rinuncia alla speranza. La fiducia, inoltre, rimanda alla trascendenza perché ci costringe a riflettere sulla nostra origine e sul perché esistiamo. Lo scopo dell’educazione, secondo Durrande non è rendere qualcuno originale, ma risalire alla sua origine. Per educare un uomo, aggiunge, bisogna rinunciare a qualsiasi ricerca del risultato, a porre qualsiasi condizione. Si tratta piuttosto di una tranquilla attesa che permetta all’altro di divenire ciò che attende nelle profondità di se stesso e che nel contempo ignora:
“Quando il nostro sguardo si posa su un essere umano per vedere al di là dell’apparenza immediata ciò che egli non è ancora ma potrebbe divenire, noi apriamo in lui la porta di un in-finito. […] noi non speriamo
nulla da un essere umano finché non arriviamo a sperare tutto da lui. Una personalità di costruisce o si decostruisce a misura della speranza che la circonda” (Durrande, pg.123).
Le ventidue lettere sono seguite da un breve glossario (pp.125-128) incentrato sulle parole Accordo, Autorità, Bene, Cultura, Libertà, Verità. I loro significati vengono percorsi dal punto di vista dell’atto educativo: la parola ‘accordo’, per esempio, rimanda alla necessità per l’educatore di individuare il proprio posto, cercando la distanza più opportuna per costruire una relazione umana equilibrata e volta al benessere della persona. Durrande si sofferma un po’ di più sul concetto di ‘verità’, termine che non gode a suo parere di buona reputazione negli ambienti dell’educazione specializzata. L’autore ipotizza che dietro a questo disagi abiti un certo scetticismo: solo pochi ritengono che la prassi educativa vada fondata su una antropologia filosofica, afferma. E qui trova il significato primo dell’azione di educare:
“Si tratta di far entrare qualcuno in un cammino verso ciò che dà senso o intelligibilità al suo itinerario di vita per permettergli di accedere alla libertà di controllare l’orientamento che viene dato al corso della sua esistenza” (pg.128).
Come si è accennato, il libro è molto interessante anche per un counselor filosofico e aiuta a riflettere sull’approccio scelto nei confronti del consultante e del problema che porta. Si potrebbe concludere sottolineando che il punto da cui si osserva l’essere umano è lo stesso, uguale il desiderio di aver cura dei suoi pensieri e delle sue emozioni, salvo poi declinare l’incontro su percorsi dalle sfumature diverse. Il Cf è più concentrato sull’ascolto di una domanda (filosofica) che il consultante custodisce per cercare di abitarla insieme; l’educatore conduce lungo un percorso di valori che ritiene indispensabili per vivere una vita piena.
In comune a entrambe le posizioni anche la necessità di aver fiducia nelle possibilità del consultante e nell’esito positivo del percorso intrapreso insieme. Ricordando Camus, bisogna immaginare Sisifo felice.

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http://www.sscf.it/images/Rivista%20Italiana%20di%20CF/Rivista%20SICoF%20numero%208_2012.pdf

A pg. 190 della Rivista Italiana di Counseling Filosofico, Anno VII  Numero 8 dell’ottobre 2012,  è stato pubblicato un mio articolo intitolato “Dieci sedute di Counseling Filosofico”.

Dieci incontri di counseling filosofico
di Lucia Zorzi
Abstract
Resoconto di un ciclo di dieci sedute di counseling filosofico con una donna che ha contattato un Centro di Ascolto per chiedere aiuto, spiegando che la sua relazione affettiva era in crisi e lei non sapeva cosa fare.
La consultante: Anna ha quarant’anni, non è mai stata spostata, non ha figli, il padre è morto alcuni anni fa, è figlia unica. Ha un ottimo lavoro, che fa con passione.
Il problema: convive da due anni con il suo compagno, che ha avuto un figlio da una precedente relazione molto problematica. Anna ha stratificato nel tempo una serie di grandi disagi rispetto ai sentimenti di questa persona, ma non riesce a prendere in considerazione l’idea di lasciarlo. Manifesta il desiderio e la necessità di parlare con un interlocutore estraneo che abbia una visione ‘obiettiva’ del problema che la riguarda perché da sola crede di non sapersela cavare e teme di prendere decisioni sbagliate.
Il setting: contatta telefonicamente il centro d’ascolto presso cui collaboro come counselor filosofico e chiede un appuntamento, anticipando brevemente il problema con un disagio emotivo evidente. La stanza dell’incontro cambia spesso, ma si tratta comunque di stanze piacevoli e arredate con gusto.
Durata degli incontri: incontrerò Anna dieci volte presso il centro di ascolto.
Parole chiave
Confusione – consapevolezza – timidezza – fiducia – sacrificio

Resoconto
Al primo incontro, Anna si presenta curata, ma molto triste. Parla con un fil di voce, mi guarda dritta negli occhi, sembra impaurita e scombussolata. Il suo desiderio è quello di confrontarsi con una persona imparziale (non della cerchia di amici e familiari) per capire meglio cosa prova e quale decisione è la più autentica per lei.
Esordisce dicendo di sentirsi “confusa”, mentre racconta della sua relazione affettiva attuale, poco soddisfacente. Ha appena chiesto a lui del tempo per chiarirsi le idee e lo ha invitato a lasciare casa sua (per questi due anni lui è sempre stato ospitato da lei). Però questa sua decisione non la lascia tranquilla, perché sembra non sapere se è giusto così.
Appena mi interpella per capire come la posso aiutare, le parlo del counseling filosofico e del tipo di accompagnamento che posso proporle. E’ interessata e, penso subito, ne trarrà grande vantaggio per la sua capacità di analisi.
Si racconta senza difficoltà: dice subito di essere orfana di padre e di desiderare molto una famiglia, un figlio anche se a quarant’anni, sottolinea, comincia a diventare tardi. Noto che questo è un nodo importante per lei che accusa la vicinanza alla “fatidica” soglia dei quarant’anni. Le restituisco questo aspetto per lei molto importante e lei lo sottolinea ancora una volta, ammettendo che da sempre vuole diventare moglie e madre. Le chiedo se teme di aver fatto la cosa sbagliata chiedendo al compagno di andarsene per un po’, in relazione al suo assoluto desiderio di formarsi una famiglia. Dice che è così.
Mi colpisce fin da subito la sua grande capacità introspettiva: “sente” chiaramente cosa non la convince del comportamento del suo compagno, sa che tipo di relazione non la soddisfa, ma è un po’ titubante. Ha un’ottima proprietà di linguaggio, è curata nell’abbigliamento e nei dettagli esteriori della sua persona, sembra calma, dice che si è sempre assunta le sue responsabilità.
Per spiegare meglio cosa intende al riguardo, scende nei dettagli della sua storia affettiva. Tutto è cominciato al liceo: i due ragazzi si erano fidanzati, poi qualcosa non aveva funzionato e lui aveva deciso di rompere il fidanzamento (per un assurdo scoppio di gelosia). Ventiquattro anni dopo la ex coppia si incontra per caso e i sentimenti riaffiorano forti come prima, tanto che i due vanno a vivere insieme. Due anni fa Anna aveva pensato che quello fosse il suo karma: il destino aveva voluto che incontrasse di nuovo quell’uomo. Lei aveva continuato tranquillamente la sua vita in quei ventiquattro anni, senza grossi scossoni, mentre lui aveva avuto molto traversie sentimentali con una donna dalla quale aveva avuto un figlio. Quando Anna lo rivede, lui è molto segnato dai conflitti affettivi, legali ed economici con la ex compagna.
Quando Anna lo reincontra, lui è a pezzi e pieno di problemi ma lei non si tira indietro e condivide con lui questa situazione difficile. Va anche contro la famiglia che non vede di buon occhio la loro unione perché vedono che Anna non è serena come sempre e si accolla i problemi del compagno. Sopporta sempre tutto, con l’obiettivo di farsi una sua famiglia.
Lascio parlare Anna, la ascolto con attenzione e con lo sforzo continuo di non ‘immaginarmi’ nulla della sua relazione affettiva. Mi concentro solo sulle sue parole per coglierne le sfumature e aiutarla a capirsi più chiaramente.
Verso la fine della seconda seduta, mi viene spontaneo notare e ammirare la sua capacità di auto analisi e le dico che la sua confusione probabilmente non durerà a lungo perché sembra sapere cosa è bene per lei. Ci ho pensato molto se dire o non dire ciò: e se non sarà così? Le sto dando false illusioni? L’autenticità del counselor nel momento della seduta è fondamentale, ritengo, e capisco che è proprio quello che ‘sento’ nei suoi riguardi. Questo sostegno alla sua capacità di autoanalisi lo dirò più volte nelle dieci sedute e credo l’abbia aiutata nei momenti di maggior confusione interiore.
Per la seduta successiva, le propongo di disegnare il suo problema, utilizzando liberamente la sua fantasia. Ha piena libertà di scegliere le forme, i colori, la tecnica che preferisce. Le suggerisco di tracciare tutti gli aspetti del suo problema, quello che la fa stare maggiormente male, dando un voto all’intensità dei disagi che prova. L’obiettivo è di ottenere una specie di scala di quello che non va e che Anna non riesce ad affrontare, nominando la sequenza dei disagi che vive e cercando di individuarne la causa. Il maggior problema che lei sottolinea (in una scala da 1 a 10 assegna dieci a questo aspetto) è la mancanza di fiducia: ormai non crede più al compagno. Lo ammette amaramente, ma lo dice. Ricorda una lunga lista di bugie che lui le ha detto nel tempo e che ora vengono a galla tutte insieme, insidiano e destabilizzano l’idea che Anna ha della relazione. I dubbi su di lui sembrano non finire più. Un altro aspetto che la lascia perplessa è l’ammissione di percepirlo come se fosse al suo traino: pur dichiarandosi d’accordo sul progetto di vita in comune, per esempio, lascia che sia lei a cercare la casa in cui andare ad abitare insieme (nei due anni di convivenza lui è stato ospitato da Anna): lei fissa gli appuntamenti e lui si accoda. Tanto che ora lei si chiede: “Ma lui vuole davvero che prendiamo casa insieme, o sono stata io a insistere?”.
Appena Anna si allontana per occuparsi delle proprie cose, però, ecco che lui “fa” coppia: diventa affettuoso, complice, pieno di progetti in comune, la coinvolge e si fa coinvolgere. Ora che lei gli ha chiesto di andarsene per un po’, lui la assedia senza darle tregua, anche inseguendola di nascosto. Le telefona spessissimo, invia sms, proclama il suo amore, vuole che ritorni quella di prima, quella che si è sempre adeguata alla situazione. Ma ormai lei fa fatica a considerare autentiche le manifestazioni di lui. Anche i fiori, i cioccolatini e la lettera per San Valentino le sembrano azioni già viste, parole già sentite. Riesce ad ammettere questo e lo ripete spesso nelle sedute.
Soprattutto in presenza del figlio (che ha 5 anni), lui fa sentire Anna trasparente. E’ stata presentata come un’amica di papà, nient’altro. Padre e figlio sembrano molto uniti, e Anna assiste alla scena restandone ai margini. Dice che spesso, pensando a questo aspetto, si era detta che doveva sacrificarsi per non far soffrire il bambino, mettersi in disparte, non creargli confusione sulla figura materna. Ma arriva a sentirsi una specie di baby sitter, non all’altezza di essere presentata come la compagna del papà.
Le chiedo: “Tu sei pronta al sacrificio?” Lei mi risponde: “Si, lo ero”. Usa il tempo al passato. Ricorda anche quando lui l’aveva fatta sentire una persona qualunque in mezzo agli altri amici, come se il loro non fosse un rapporto speciale.
E’ molto triste quando ripensa ai disagi provati: lei non sopporta di essere trasparente. Affronteremo varie volte l’argomento del porsi al centro della scena, nella vita di coppia e nel lavoro. La stimolo con domande che indagano anche l’idea che ha di sé e le chiedo di farmi degli esempi in cui si è mesa al centro della scena. Mi interessa che Anna approfondisca il suo atteggiamento un po’ timido, con la voce bassa. Credo le sarà molto utile chiarirsi le idee al riguardo.
Per la volta successiva le propongo di preparare due elenchi: cosa c’è di positivo e cosa c’è di negativo nella sua relazione effettiva. Accetta sempre di buon grado le proposte di ‘compiti per casa’. Di positivo sottolinea che quando lui c’è è fantastico, un bravo compagno anche nelle cose pratiche della casa. La loro relazione per lei è importante, c’è dell’affetto vero e profondo da parte sua. Lo ammette, ma comincia pian piano a distinguere l’affetto che prova, dall’amore che vorrebbe condividere con un uomo.
Man mano che ci vediamo, Anna sembra sempre più capace di analizzare “obiettivamente” la sua relazione. Una volta dice: “Mi sono sempre fatta schiacciare da un peso che era il suo”. Credeva che essere coppia volesse dire questo. Ma si chiede: “Il mio è amore o bisogno?” Bisogno di cosa? La conduco dentro questa domanda: e qui ammette la sua determinazione a voler formare una famiglia, magari senza guardare bene in faccia chi ha davanti, passando sopra a tante cose, in vista dell’obiettivo finale. Ma comincia a chiedersi se anche lui ha lo stesso obiettivo e ammette che osservando le sue azioni, non sembra sia così. Lei voleva trovare una casa insieme: lui stava benissimo ospite nella casa di lei. Lei voleva entrare nella diade padre-figlio, lui invece voleva tenersi in esclusiva il rapporto con il figlio, tenendola ai margini.
In un’altra seduta affrontiamo gli scrupoli che potrebbero nascere all’ipotesi di lasciarlo (sembra essere un terreno minato per Anna). E’ come se continuasse a temere, inconsciamente, anche la sola ipotesi di ammettere che questa relazione non la soddisfa più, che non la conduce verso la direzione che lei vuole dare alla propria vita.
La strada di autoconsapevolezza che intraprende, va però da quella parte. Quando me ne accorgo, sto molto attenta a non indirizzarla: sento che la questione è delicata. Quindi spesso sottolineo che ancora non sappiamo come svilupperà la sua relazione, né possiamo prevedere il comportamento di lui e dico che i giochi sono aperti, che ancora l’epilogo è sconosciuto. Nel frattempo le capita di trascorrere un week end a Londra per festeggiare il compleanno di una carissima amica. Ha invitato anche lui, che però ha detto di non poter lasciare il figlio. Anna ci rimane molto male perché lo ha invitato con due mesi di preavviso, dandogli quindi la possibilità di organizzarsi, se avesse voluto accompagnarla. Nonostante questa ennesima delusione, Anna si diverte molto a Londra e torna piena di verve e sorridente. E’ come se avesse ritrovato il proprio modo di essere nel mondo: con gli amici, con la sua voglia di viaggiare, con la curiosità di conoscere persone nuove.
Da questo momento Anna, pur sottolineando spesso il suo bisogno di continuare con le sedute di counseling filosofico, si sente più salda sulle gambe e vuole lavorare su se stessa, non soltanto sul problema che porta. Le propongo di affrontare filosoficamente il tema della timidezza e anche quello del suo progetto di vita.
Ad un nuovo incontro, Anna ritorna nervosa e cupa perché lui la vuole rivedere e lei non sa come reagirà, ma non si tira indietro e accetta di incontrarlo. Questa volta non abbozza davanti a lui. Me lo racconta contenta di sé: è stata calma, naturale, si è sentita a proprio agio, ha detto tutto quello che intendeva dire, anche le cose che l’hanno fatta soffrire.
Deve essere stata efficace, perché lui ha cominciato a non pressarla più, quasi a prendere atto della decisione che sembra formata nella mente di Anna. Gli dice anche che preferisce restituirgli l’anello. Lui lo prende senza commentare. Non si rinfacciano nulla, lei ormai ha deciso. Continuo a stimolarla sulla sua decisione facendole considerare eventuali ripensamenti, chiedendole motivi, ragioni, prospettive. Faccio in modo di aiutarla a capire se la sua decisione è autentica e fondata. Le suggerisco di prendere tutto il tempo che occorre per prendere una decisione convinta. Nel frattempo mi racconta delle soddisfazioni che riesce a procurarsi sul lavoro e del nuovo gruppo di amici che frequenta, condividendo viaggi e allegria.
Sottolinea di sentirsi bene e che anche sua madre se n’è accorta. Lei chiedo in che modo si sente bene e precisa che le sembra di essere tornata quella che è, come prima dell’incontro con il suo ex. Ammette che l’errore principale é stato l’abbaglio preso in vista del suo progetto di famiglia innanzi tutto, e poi l’aver preso sulle sue spalle il peso delle cose che non funzionavano nella vita di lui.
Le faccio notare che la sua generosità umana nei confronti dell’ex fidanzato, l’essersi messa completamente al suo fianco durante le battaglie, l’averlo portato nella sua famiglia insieme al figlio (pur sapendo che non c’era l’apprezzamento dei parenti per questa relazione) è stata comunque una grande forma di generosità da parte sua: si è data completamente, anche e soprattutto nelle difficoltà. Suggerisco che dovrebbe essere contenta di essere una persona così, che non mette sul bilancino cosa conviene e cosa non conviene fare.
Ora lei non ha niente da biasimarsi. Non prova nemmeno astio per lui. In una delle ultime sedute mi racconta dell’ultimo incontro con l’ex: lui è andato a trovarla per riprendersi la bicicletta. Lei gli ha preparato anche il certificato di autenticità dell’anello di fidanzamento e glielo ha restituito. Ha condotto questo incontro in modo sorprendente, riuscendo ad essere autentica – gli ha detto “Ti voglio bene, ma non possiamo stare insieme” e si sono abbracciati. E’ riuscita a chiudere la vicenda salvando comunque il rapporto personale, ammettendo i momenti belli condivisi. Le sottolineo la portata dell’impresa restituendole la sua grande capacità di sincerità, armonia e generosità. Ringrazia per l’accompagnamento lungo questo percorso e chiede di potermi contattare, in futuro, ogni tanto.
Considerazioni finali: ho provato una grande gioia ad ogni incontro con Anna, restando sempre meravigliata e ammirata dalla sua capacità di riflettere. Su sua richiesta le ho segnalato dei libri interessanti per il suo percorso. Anna mi ha dato tantissimo, permettendomi di entrare nei sentimenti più profondi che hanno accompagnato questa sua parte di percorso. E’ stato difficile sospendere il giudizio e praticare l’epoché, ma credo sia indispensabile per aiutare, come counselor filosofico, una persona. Occorre allenamento e una grande attenzione, sempre desta verso l’altro e verso se stessi. Un’attenzione fluttuante. Anna è riuscita a restituirmi l’empatia che credo abbia ricevuto da me. Il counseling permette uno scambio unico e una grande forma di arricchimento personale. C’è da averne particolare cura.

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http://www.sscf.it/images/Rivista%20Italiana%20di%20CF/Rivista%20Italiana%20CF%20numero%207%20-2011.pdf

A pg. 69 della Rivista Italiana di Counseling Filosofico, Anno V Numero 7 del maggio 2011,  è stato pubblicato un mio articolo intitolato “La conoscenza di sè e l’ascolto di sè come strumento eminente del colloquio di counseling filosofico”.

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http://www.sscf.it/Rivista%20Italiana%20di%20CF/Rivista%20italiana%20di%20C.F.%20-%20numero%206.pdf

Sono stati pubblicati due miei articoli sul numero d Maggio 2010 della Rivista  di Counseling Filosofico. Ringrazio il direttore editoriale Dr. Luca Nave per  l’ospitalità. La rivista ha pubblicato anche la prima parte della traduzione, curata con Rachele Mari-Zanoli, del testo di Ran Lahav intitolato “Libretto di Filosofia Contemplativa”.

Rivista Italiana di Counseling Filosofico

Organo Ufficiale della Società Italiana di Counseling Filosofico

Anno V Numero 6 Aprile 2010

Rivista Italiana di Counseling Filosofico

Organo Ufficiale della Società Italiana di Counseling Filosofico

Direzione Editoriale

Lodovico E. Berra, Luca Nave

Comitato di redazione

Fabrizio Biasin, Angelo Caruso, Angelo Giusto,

Pietro Pontremoli, Stefano Tanturli

Comitato scientifico

Silvana G. Ceresa, Mario D‟Angelo, Giancarlo Marinelli, Ezio Risatti

Supplemento al n. 1 / 2010 di

“MAIEUSIS”

conoscenze e prassi per la crescita dell’uomo

RIVISTA QUADRIMESTRALE

Aut. Trib. Torino n. 5484 del 16.03.2001

Indice

Editoriale p.5                                         di Luca Nave

Lezioni e interviste

Libretto di filosofia contemplativa (a cura di L. Zorzi, R. Mari-Zanoli) p.9, di Ran Lahav

Articoli

Il progetto esistenziale nella pratica del counseling filosofico,  p. 43,  di Lodovico Berra

Il counseling bioetico: una nuova disciplina e una nuova professione p. 54 , di Luca Nave

Riflessioni per l‟applicazione del Counseling filosofico come forma di educazione della coscienza  p. 75      di Andrea Zanotto

Come aiuta un counselor filosofico? (I parte), p.100 , di Pietro Pontremoli

Scrivere con la luce ascoltare con gli occhi. Lo sguardo del counselor filosofico, l’obiettivo fotografico, la distanza, la luce e la scrittura. p. 104,  di Floriana Zerbini

Appunti di complessità. Le parole psicologiche dei filosofi: alcune riflessioni. p. 113,  di Rossella Mascolo

L‟amore per ogni età: l‟incantamento d‟amore p. 127,  di G. Silvana Ceresa

La ricerca di un buon clima del gruppo di lavoro attraverso lo sportello filosofico: discorsi quasi leggeri su un‟esperienza, p. 136, di Fabrizio Arrigoni

L’Empatia nel Counseling Filosofico di Gruppo, p. 158, di Paolo Cicale

Philosophy for children e counseling filosofico. Due passi sulla via della domanda, p. 164, di Daniela Chiavegato

Le relazioni interpersonali all‟epoca del web. Emozioni in circolo a partire da una richiesta di Counseling Filosofico via e-mail, p. 206, di Mariacarla Zunino

Recensioni

Luca Nave, Il counseling. Comunicazione e relazione nellincontro con laltro , p. 223, a cura di Lucia Zorzi

Martin Heidegger – Karl Jaspers, Lettere 1920-1963, p. 230, a cura di Elisabetta Lippi

Alexandre Jollien, Cara filosofia. Lettere di un giovane filosofo ai grandi maestri, p. 233, a cura di Carlo Molteni

Editoriale

di Luca Nave

Questo numero della nostra Rivista s‟è lasciato attendere dai nostri lettori, ma esprimo la ferma convinzione che tale attesa verrà ripagata dall‟ampia ricchezza teorica e dalla spiccata valenza pratica dei contenuti presenti in questo fervido sesto numero. Il parto è stato piuttosto laborioso ma la creatura generata ripagherà certamente le aspettative degli astanti la nascita.

È allora con estremo piacere che presentiamo, in apertura, uno scritto inedito di Ran Lahav, uno dei fondatori del counseling filosofico e tra i più conosciuti interpreti, a livello internazionale, della nostra disciplina. L‟elaborato dal titolo Booklet of Contemplative Philosophy è stato curato e tradotto in italiano da Lucia Zorzi e Rachele Mari-Zanoli, che ringraziamo di vero cuore per l‟impegno e la professionalità dimostrata.

In questo Libretto di filosofia contemplativa, Lahav si sofferma a riflettere su alcuni temi che da anni stanno al centro dei suoi interessi e che ruotano intorno alla sua personale visione della “contemplazione” nel contesto del counseling filosofico. La filosofia contemplativa qual è presentata dal counselor filosofico israeliano rimanda – come scrive Lucia Zorzi nell‟Introduzione – a una dimensione del filosofare che richiede e implica la capacità del counselor di centrasi su se stesso nell‟incontro con l‟altro, ovvero a una pratica filosofica che non chiama in causa solamente “la testa e i pensieri” ma tutto il suo “sentire”, che implica e include in sé l‟intenzione di porsi nel massimo punto di ascolto, di osservazione, di meditazione e di apertura originaria all‟altro da noi. Nel prossimo numero della Rivista proporremo la traduzione dei Topics che Lahav ha posto come appendice al testo qui presentato, che concluderanno e forniranno una visione d‟insieme della sua filosofia contemplativa, ovviamente nel contesto del suo personale approccio al counseling filosofico.

Dopo questo pezzo forte che sarà certamente apprezzato dai nostri lettori, entreremo nel vivo di questo numero della Rivista: aprirà la sezione “Articoli” il lavoro di Lodovico E. Berra dedicato a un tema fondamentale per il counseling filosofico: il progetto esistenziale, la cui analisi e riflessione condivisa consente non solo di affrontare e risolvere specifici problemi presentati dal consultante – che per essere pienamente compresi vanno sempre contestualizzati nel suo personale disegno o mappa del mondo – ma permette anche di avvicinarsi alle questioni realmente filosofico-esistenziali che hanno a che fare con il senso e il significato della sua esistenza nel mondo.

A partire dall‟articolo successivo, di Luca Nave, torneremo a incarnare il counseling filosofico – che qui incontra la bioetica – in ambito medico-sanitario, da sempre al centro dei nostri interessi:

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verrà infatti presentato il counseling bioetico, una nuova disciplina e una nuova professione assai in auge in diversi Paesi europei e negli Stati Uniti, da poco tempo approdata anche in Italia. Nel corso della trattazione verranno analizzati l‟identità, le abilità e gli strumenti di cui il counselor bioetico dispone al fine di instaurare una relazione d‟aiuto comprensivo-empatica in situazioni esistenziali caratterizzate da dilemmi di natura bioetica; verrà anche proposto un breve confronto con il counseling filosofico, psicologico e spirituale-religioso nel momento in cui il professionista entra in contatto con la persona malata. Tale contatto e, in generale, il vissuto della malattia, è al centro degli interessi di Andrea Zanotto, medico-filosofo che propone una preliminare riflessione sull’importanza dei vissuti di coscienza come determinanti la malattia. Da questa constatazione si svolge un processo di descrizione delle esperienze personali come scaturenti dalla propria biografia e declinantesi nel corso di una vissuta maturazione intellettuale ed emotiva. Da qui l’approdo all’uso della filosofia come metodica di organizzazione interpretativa dei contenuti di coscienza e di indirizzo della stessa. La malattia viene considerata come spazio di apertura sul quale puntare il fuoco dell’ analisi filosofica. Dal conseguente esame dei correlati esistenziali, etici e spirituali, si opera una riflessione per approfondirne ed illuminarne i moventi stessi. L’utilizzo della filosofia, declinata come chiarificazione dell’ esistenza (approccio fenomenologico-esistenziale), come metodica interpretativa (approccio ermeneutico), come chiarificazione logica (logica del linguaggio) o come orizzonte etico-spirituale (filosofia morale e cultura sapienziale) viene qui definito come proposta concreta.

Proposta concreta di un filoso-fare sull‟esperienza vissuta, dunque, che certamente si arricchirà grazie al contributo di Pietro Pontremoli, il quale si domanda, senza mezzi termini, come la filosofia possa effettivamente essere efficace nell’ambito della relazione d’aiuto. L‟articolo mira, in particolare, a caratterizzare il lavoro del counselor filosofico come un approccio di apprendimento nell’ambito del quale il cliente acquisisce strumenti di pensiero efficaci e idonei per il proprio benessere.

Da anni si discute circa gli strumenti presenti nella cassetta degli attrezzi del counselor filosofico, delle competenze di cui dispone al fine di porre in atto una relazione d‟aiuto comprensivo-empatica con il consultante, ma credo nessuno si sia soffermato a riflettere sul tema dello sguardo che nasce nel contesto dell‟esperienza fotografica, al fine di importarlo nella situazione esistenziale di una pratica filosofica. L‟articolo di Floriana Zerbini, intitolato Scrivere con la luce ascoltare con gli occhi. Lo sguardo del counselor filosofico, l’obiettivo fotografico, la distanza, la luce e la scrittura, risulterà allora assolutamente originale, e offrirà un nuovo strumento da ponderare per l‟eventuale applicazione nel contesto della propria Praxis.

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I due articoli successivi si muovono invece tra filosofia e psicologia, o meglio, tra il counseling filosofico e le psicoterapie: il lavoro di Rossella Mascolo è incentrato sulla filosofia anti-dualistica della complessità e, in particolare, sul rapporto ragione-emozione, le componenti di una diade da non considerare, come spesso avviene, come antitetiche bensì quali protagoniste di una relazione che entrambe alimentano. L‟emozione, insieme ad altre parole “psicologiche” come “mente” e “inconscio”, rientreranno allora a pieno titolo nel discorso filosofico: provare a eliminarle dal nostro linguaggio e della nostra pratica equivarrebbe infatti a distruggere e a destabilizzare noi stessi, tornando a frazionare l‟essere umano e smarrendo il senso della sua presenza nel mondo quale vivente totalità.

I temi dell‟emozione e della passione amorosa sono poi al centro del lavoro di Silvana G. Ceresa, che presenta Didone ed Enea, Prometeo e Narciso quali figure simboliche di due modalità di vita emotiva che possono caratterizzare, sino a sviluppare posizioni patologiche, la condizione dell‟individuo nell‟intendere l‟amore. L‟esuberanza di amore per gli altri e l‟eccesso di amore per sé: oblatività e narcisismo. Mostrando il primato del corpo nel “sentire” le emozioni, che può far intendere l‟amore sessuale come l‟esperienza umana più significativa, attraverso la poesia e la musica, Ceresa proporrà delle profonde riflessioni circa il significato e lo scopo della vita, l‟attaccamento e il desiderio, l‟eudaimonia e l‟eutopia e, infine, a riguardo del proprio rapporto con il tempo.

Gli ultimi quattro lavori della sezione “Articoli” sono dedicati all‟illustrazione di progetti concretamente realizzati nel contesto del counseling filosofico: Fabrizio Arrigoni presenta l‟esempio di uno sportello filosofico condotto in una residenza per handicap medio–grave della Provincia di Novara, Paolo Cicale, riflettendo sull‟empatia, descrive la propria esperienza con gruppi di persone che per professione, anche se con ruoli diversi, si occupano di cura (medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi, operatori socio-sanitari, consulenti sociali), Daniela Chiavegato mostra il suo personale approccio alla Philosophy For Children messo in atto presso la Scuola Primaria “L. Milani” di Palazzina (VR), mentre, infine, Maria Carla Zunino ci descrive una relazione di counseling filosofico che utilizza il web, chiedendosi, nello specifico, se e in quale misura l’utilizzo delle nuove tecniche comunicative sia funzionale ad una relazione d‟aiuto fondata sul filosofare.

Chiuderanno questo numero tre recensioni: Lucia Zorzi presenta il libro di Luca Nave intitolato Il counseling. Comunicazione e relazione nellincontro con l’61ltro, Xenia, Milano, 2009, Elisabetta Lippi propone delle riflessioni a proposito del famoso carteggio tra Martin Heidegger – Karl Jaspers (Lettere 1920-1963), mentre Carlo Molteni torna ad esporre il pensiero di Alexandre Jollien (Cara filosofia. Lettere di un giovane filosofo ai grandi maestri, Colla editore, Vicenza, 2008).

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A questo punto non mi resta che augurare una buona lettura, che auspico foriera di profonde riflessioni meditabonde. Chi fosse interessato a condividerle con noi o, in generale, chi volesse collaborare con la nostra Rivista può scrivere all‟indirizzo: comunitafilosofica@sicof.it .

Buon counseling filosofico…

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Lezioni e interviste.

Libretto di filosofia contemplativa.1

Ran Lahav

Traduzione di Lucia Zorzi e Rachele Mari-Zanoli

Indice:

INTRODUZIONE ALLA LETTURA di Lucia Zorzi.

CHE COS‟È LA FILOSOFIA CONTEMPLATIVA? …………………………………………………..

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PRINCIPI DELLA FILOSOFIA CONTEMPLATIVA …………………………………………………

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a. Filosofia Contemplativa intesa come il filosofare a partire dalla nostra interiorità ……

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b. Esistono linee-guida nella Filosofia Contemplativa? …………………………………………….

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c. La stance2 della Filosofia Contemplativa …………………………………………………………….

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d. Il linguaggio della filosofia contemplativa …………………………………………………………..

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TECNICHE DI FILOSOFIA CONTEMPLATIVA ……………………………………………………..

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Prepararsi alla contemplazione: la Meditazione sulla Voce ……………………………………………

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Il Cerchio del Discernimento …………………………………………………………………………………….

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A. REGOLE PROCEDURALI ……………………………………………………………………………

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B. INTENZIONI DIALOGICHE …………………………………………………………………………

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C. INTENZIONI DEL FILOSOFARE …………………………………………………………………

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LA LEZIONE DEL SILENZIO …………………………………………………………………………………

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LA VISUALIZZAZIONE FILOSOFICAMENTE GUIDATA ………………………………………

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1 Alcune precisazioni riguardanti la traduzione:

a. La traduzione riguarda le prime 21 pagine del testo di Lahav. Dall‟indice si è scelto di escludere i titoli riguardanti le parti non incluse in questa traduzione e che saranno pubblicate in un prossimo numero della rivista.

b. Si è scelto di rispettare l‟uso di maiuscole e minuscole del testo originario, così come delle virgolette.

c. Si è affrontata la traduzione dopo aver riletto i recenti testi di Lahav pubblicati in Phronesis (consultabili sul sito http://www.phronesis.info/RivistaI.html) e tradotti da Francesco Dipalo, in quanto molto vicini temporalmente (gli interventi sono da Lahav stesso inviati via mail tra settembre 2005 e dicembre 2006).

2 „Stanceè un termine che indica una presa di posizione, soprattutto in contesti molto coinvolgenti a livello emotivo.

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DISEGNARE FILOSOFICAMENTE ………………………………………………………………………..

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LEGGERE LENTAMENTE ……………………………………………………………………………………..

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I PARTNER FILOSOFICI ………………………………………………………………………………………..

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POST-PREFAZIONE di Rachele Mari-Zanoli

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Introduzione alla lettura

di Lucia Zorzi

Lo scritto di Ran Lahav, qui proposto nella traduzione italiana, è stato preparato in occasione del Primo Ritiro Internazionale di Filosofia Contemplativa, organizzato insieme a José Barrientos Rastrojo a Chipiona, un piccolo comune andaluso, nel giugno del 2005. I partecipanti (otto i paesi rappresentati) hanno esplorato vie alternative di discorso filosofico, in particolare quella che Lahav definisce appunto “filosofia contemplativa” e quella che Barrientos definisce “filosofia poietica”.

Di questo libretto Lahav fa espressamente riferimento in uno scritto pubblicato sulla rivista Phronesis nel 2007 che rimanda al suo sito (http://www.trans-sophia.net/) per consultare la versione in inglese3.

Sono dunque alcuni anni che il filosofo israeliano si sta occupando di Filosofia Contemplativa. Lo scorso febbraio si è tenuto a Roma un suo seminario – organizzato dalla Scuola Superiore di Counseling Filosofico e dalla Sicof – dal titolo “Filosofia Contemplativa e Counseling Filosofico”.

Come Lahav stesso fa nel testo in esame, non si può partire che da una domanda: “Che cos‟è la Filosofia Contemplativa?”. Lo spiega bene l‟autore, senza risparmiare continue reiterazioni dei concetti espressi: filosofare non solo con la testa e i pensieri, ma soprattutto con il „sentire‟ ponendosi nel massimo punto di ascolto, di osservazione, di meditazione, di apertura originaria. In poche parole „centrandosi in se stessi‟.

La Filosofia Contemplativa é forse dislocazione dell‟Io e riallocazione del Sé, un grande atto di fede nella Realtà che ci circonda. Contemplando filosoficamente la nostra vita, non potremo trascurare l‟altro da noi – che sia persona, cosa o elemento naturale – perché la realtà è proprio quello spazio che condividiamo con il tutto, in ciascun momento. Non si può non pensare a Martin Buber e allo spazio intersoggettivo tra Io e Tu., a quel movimento dialogico fondamentale che è il „rivolgersi‟. Lì secondo Buber sta la vita autentica: nella relazione tra uomo e uomo, nel rapporto interpersonale e comunitario.

Il presupposto, secondo Lahav, è considerarsi nuclei palpitanti che offrono strati sempre più profondi della propria personalità alla pratica del filosofare. Un quadro, un refrain musicale, un momento di meditazione, un testo filosofico, il dialogo con un‟altra persona: mi pongo saldo e fiducioso di fronte a questi incontri e, nel farlo, aiuto la luce a penetrare sempre più dentro me stesso, a illuminare strati interiori sempre più profondi.

Si tratta allora di una nuova forma di meditazione? Ci stiamo avvicinando allo yoga e alle filosofie orientali? O alla Lectio Divina del cattolicesimo? Oppure sono rivisitazioni delle idee già proposte

3 Leggi Phronesis, V (2007), n.8, pg.15

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per esempio da Bergson, Marcel e Heidegger? O ancora del flusso di coscienza di joyciana memoria?

La domanda resta aperta, per ciascuno. Lahav non cade mai nella tentazione di dare una definizione precisa, di mettere un recinto semantico ai concetti espressi. Lo dichiara apertamente quando afferma che le sue parole contengo sempre un elemento indeterminato, non definito. Pertanto, quando l‟autore parla di „andare oltre i propri confini‟ o delle „voci della realtà umana‟, di fatto non vuole dare un‟esatta definizione di ciò che quelle parole significano. Ritiene che sia più interessante mantenersi in uno stato di apertura, dove bisogna rispettare proprio quell‟elemento di indefinito contenuto nelle idee che prendono la parola attraverso di noi.

Come se fosse più importante lasciarci scrivere dalla realtà, più che tentare di descriverla.

Questo non implica attribuire un valore inferiore alle idee ben definite; piuttosto è dare un respiro esistenziale anche all‟indefinito che ci abita.

Lahav è impegnato a sottolineare continuamente il movimento di sonda interiore che accompagna la Filosofia Contemplativa. E‟ quel percorso senza fine lungo la „scala dell‟anima‟ che il filosofo israeliano si preoccupa di descrivere. Non si tratta di un luogo, ma di una intenzionalità che spinge verso la Realtà perché quella realtà ci compone.

Ben diversa risulta la posizione del filosofo classico occidentale che, in fondo, mira a impossessarsi di idee prima, di teorie poi, usando argomentazioni, controargomentazioni, definizioni, analisi concettuali e sistemi teoretici. Questo filosofo – che è meglio impersonato dal filosofo accademico – si estranea dalla vita concreta per sforzarsi di purificare la sua capacità razionale: fa dunque esercizio di pensiero, con l‟obiettivo di diventare sempre più presente a se stesso. Non coinvolge la sua intera personalità, ma soltanto la propria capacità razionale. Lahav sottolinea che anche i filosofi pratici – e lo dice con dispiacere – hanno mutuato l‟approccio accademico: è vero che „maneggiano esistenze‟ avendo a che fare non solo con i pensieri dei consultanti ma anche con le loro emozioni ed esperienze interiori, ma sono tutti argomenti che pur sempre richiedono un approccio razionale e analitico.

Allora la portata della realtà umana continuerà a sfuggire. Non l‟afferreremo mai se useremo solo i picchetti della ragione. L‟orizzonte umano non è un dato scientifico, continua a insistere Lahav, va oltre gli occhi della scienza.

Se vogliamo capire qualcosa delle nostre singole vite – del „mio‟ dolore esistenziale, della „mia‟ morte, del „mio‟ amore, della „mia‟ speranza – la forbice si deve aprire: allora devo tacitare il soggetto del pensiero conscio e pormi all‟ascolto di altre „voci‟, dentro e fuori di me.

Ecco che si configura più precisamente il versante contemplativo della filosofia pratica. L‟uso della parola „voci‟ non è casuale in Lahav: suo è il concetto di „sinfonia‟ del reale, di un coro che invita

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continuamente a prendervi parte. Nella realtà filosofica di Lahav gli „assoli‟ non sono interessanti, più costruttivo è prendere parte ad una comunità di filosofi praticanti, uniti dal medesimo spirito di ricerca.

Non lascia indifferenti l‟uso della parola „apertura‟. Può anzi risultare un concetto inquietante perché non circoscrivibile. Forse spiazza di più se si parte della concezione di sé come soggetti finiti, delimitati, dai tratti ben precisi. Ma non è così che, in fondo, riusciamo davvero a pensare noi stessi. Perlomeno: non è così che dovremmo continuare a pensarci. E‟ forse il concetto di identità che porta o toglie l‟equilibro: focalizzati sul nostro Io produrremo delle considerazioni; concentrati sul nostro Sé ne elaboreremo altre.

„Comprendere dal profondo del nostro essere‟ è forse il concetto più reiterato nello scritto di Lahav, la cartina di tornasole della sua idea di pratica filosofica meditativa. Ma qui le cose si complicano, almeno dal punto di vista teoretico. Inevitabilmente sorge la richiesta di una maggiore esplicitazione concreta: come si fa a praticare la Filosofia Contemplativa? Ancora: dove conduce nella quotidianità la Filosofia Contemplativa?

Il suo scopo dichiarato è quello di ri-svegliare una visione, non di produrre una teoria. Infatti, le teorie generali in Lahav languono. L‟autore vi pone riparo sottolineando che ciascuno di noi, nella vita di tutti i giorni, ha fatto esperienza di qualche forma di comprensione alternativa: forse è stata la grande emozione di quella lettura, o la sosta davanti a quel quadro, o ancora quell‟esperienza intima e piena di significato esistenziale. Di solito lasciamo cadere queste matrici significanti perché risulta difficile vestirle con le parole giuste. Preferiamo ignorarle e dimenticarle al più presto, lasciarle indistinte.

E qui interviene la fatica dell‟esplorazione attraverso la Filosofia Contemplativa: se decidiamo di prenderle sul serio, queste forme alternative di comprensione ci amplieranno lo sguardo e ciò comporterà un‟apertura maggiore alle possibilità della vita. Come a dire che sarà possibile una vita più completa perché compresa più in profondità.

In sintesi, si può forse dire che la Filosofia Contemplativa di Lahav tiene l‟ignoto come orizzonte esistenziale e insegna ad abitarlo. Imparare a sostare nel dubbio, abitando una realtà provvisoria con l‟attenzione sempre desta. Capiremo e sentiremo sempre di più, è convinto Lahav, e questo è il suo maggiore tributo a quella filosofia pratica che da tempo sperimenta.

Ran Lahav è stato il promotore e co-organizzatore, insieme a Lou Marinoff, del Primo Congresso Internazionale di Consulenza Filosofica4 nel 1994 ed è da sempre molto attivo in questo settore

4 Il congresso si è tenuto presso l‟Università della British Columbia in Canada. Un paio di anni prima, nel 1992, Lahav aveva portato la consulenza filosofica negli Stati Uniti, dopo essere venuto in contatto con questa nuova pratica tramite Shlomit Shuster, israeliana, attiva a Gerusalemme dal 1989.

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della filosofia pratica5. Poi è arrivato alla messa in discussione che lo ha portato a tracciare una netta distinzione tra terapia filosofica (che usa la filosofia per guarire dal dolore e per risolvere i problemi) e la Philo-sophiapratica (“che consiste in un veritiero coinvolgimento nell‟esercizio della philo-sophia, e dunque non rientra in alcun modo nel business delle professioni che si propongono per statuto di aiutare la gente a sentirsi meglio”). Arriva a dichiarare:

“Entrambi si possono valutare secondo criteri loro propri, ma sono profondamente infastidito dal monopolio che la terapia filosofica (o consulenza) ha acquisito nel mondo della pratica filosofica”6

Il punto, secondo lui, è che si è dimenticata la possibilità di una „pratica filosofica in grande‟ (quella che potrebbe aiutarci ad abbandonare definitivamente la caverna platonica), per ripiegare invece su una „in piccolo‟ (quella che si occupa dei problemi che si manifestano all‟interno della caverna).

Negli ultimi tempi il filosofo israeliano, dopo lunghi anni di esperienza come docente, scrittore e come counselor filosofico, ha imboccato una strada più personale, cercando di combinare l‟approccio filosofico dell‟indagine su di sé – nello spirito della filosofia pratica – con quello della ricerca spirituale. Dalla pratica filosofica (e dal counseling filosofico) è pertanto giunto alla Trans-sophia per sondare, scoprire, conoscere i mondi al di là del pensiero analitico.

Lahav ricorda come noi ci costruiamo mondi piccoli, quasi delle caverne platoniche. Per uscirne non basta la filosofia, non basta pensare in modo diverso, è necessario un atto spirituale.

Occorre vivere in modo diverso, più in profondità, per riuscire a coabitare con parti sconosciute di noi stessi, dando loro voce nella nostra vita. Da questo punto in poi la strada da percorrere, secondo Lahav, continua al di là della filosofia, al di là della stessa „sophia‟, e imbocca la direzione della Trans-sophia.

5 Per una visione d‟insieme dei suoi primi scritti guaranti la Consulenza filosofica, leggi “Ran Lahav, “Comprendere la vita”, Apogeo, Milano, 2004. Sono inclusi suoi saggi pubblicati tra il 1993 e il 2001.

6 In “Contributo per un ripensamento critico della filosofia pratica” Prima parte: Riflessioni I-V”, pubblicato in Phronesis, IV, (2006), n.6, pg.16.

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Che cos’è la Filosofia Contemplativa?

La filosofia accademica comunemente intesa si focalizza sull‟analisi e sullo sviluppo di idee teoretiche. Ci incoraggia ad usare la nostra ragione senza coinvolgere il resto della nostra personalità. Persino la „filosofia applicata‟ mira a sviluppare idee in astratto e solo in seguito ad applicare il prodotto finale alla vita concreta.

La Filosofia Contemplativa cerca di coinvolgere tutto il nostro essere. A questo proposito, é utile ricordare l‟allegoria della caverna di Platone. In un primo tempo, il mito platonico illustra che il ruolo della filo-sofia è quello di invitare la persona a trascendere il quotidiano livello di comprensione (le ombre) per volgersi a una più profonda dimensione di vita e realtà.

In un secondo tempo, sottolinea che il processo del filosofare non è quello di teorizzare in astratto, ma di rivolgersi verso gli aspetti più profondi della realtà, incontrandoli direttamente ed aprendoci ad essi. Terzo, il processo non è limitato ad alcune facoltà della persona (come la ragione), ma riguarda la nostra interezza: è la persona nella sua totalità a doversi rivolgere verso la luce e uscire dalla caverna. Quarto, la forza che ci spinge a spingerci oltre il mondo delle ombre è l‟Eros Platonico, l‟anelito struggente di avvicinarsi al Reale.

Proprio come nel mito platonico, la filosofia contemplativa cerca di coinvolgere l‟interezza della persona, non soltanto la sua facoltà razionale. Ha come scopo la saggezza che richiede apertura alla comprensione di mondi che esistono al di là della nostra limitata ed egoica prospettiva verso strati più profondi del nostro essere. Filosofare non è uno strumento per analizzare, semplificare e risolvere i problemi, semmai, al contrario, è una via per aprirci ai sentieri infiniti e alle complessità del reale. Una tale filosofia è contemplativa in quanto richiede apertura, ascolto e corrispondenza con la nostra profondità interiore. Ci chiama a trascendere la superficiale scissione tra ragione ed emozione e a risvegliare la nostra capacità di comprensione partendo dal centro della nostra esistenza.

Durante questo processo, le idee e i testi dei filosofi ci offrono le parole per percorrere nuove vie di significato. Considereremo un‟idea filosofica o un testo filosofico non come se fossero una teoria oggettiva che cerca di descrivere la realtà così com‟è, come una teoria scientifica, ma piuttosto come una delle voci della realtà che è possibile ascoltare. Non metteremo in discussione se un‟idea filosofica sia giusta o sbagliata; cercheremo piuttosto di vedere quale tipo di comprensione risveglia in noi.

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In questo senso, la filosofia contemplativa può aiutare a rendere la vita più profondamente intesa. Può mostrarci come il nostro mondo sia qualcosa di più che una collezione di fatti indifferenziati, che noi possiamo prendere parte a dimensioni nascoste della realtà, esplorandole insieme ad altri filosofi praticanti.

PRINCIPI DELLA FILOSOFIA CONTEMPLATIVA

a. Filosofia contemplativa intesa come il filosofare a partire dalla nostra interiorità

Fare filosofia contemplativa è incontrare idee filosofiche in un modo profondo e personale, riferendo queste idee non alla sola ragione ma anche al nostro profondo essere. La filosofia contemplativa ci chiede un ascolto interiore e un‟apertura agli infiniti orizzonti della realtà umana. Si tratta, pertanto, non di un metodo o di una dottrina già definiti, bensì di un processo di esplorazione personale senza fine.

Al contrario, la filosofia occidentale ha cercato di focalizzarsi sull‟analisi e sullo sviluppo di teorie astratte. Sebbene alcuni grandi filosofi (come Kierkegaard, Jaspers, Marcel e altri) si siano ribellati a questa tendenza, gran parte della tradizione occidentale ha incoraggiato a usare una specifica facoltà – di solito la ragione, qualche altra volta un tipo particolare di intuizione – senza coinvolgere il resto della nostra personalità. Persino la „filosofia applicata‟ cerca di sviluppare idee in modo teoretico e soltanto in un secondo tempo di applicare il prodotto finale alla vita concreta.

La filosofia contemplativa si sforza di coinvolgere aspetti più centrali e profondi del nostro essere. Torna utile, a questo punto, l‟allegoria platonica della caverna. L‟allegoria mostra, in primo luogo, che il ruolo della filosofia è quello di chiamare la persona a trascendere l‟abituale livello di comprensione (le ombre) per rivolgersi a una più profonda comprensione della vita e della realtà. In secondo luogo sottolinea come il processo del filosofare non sia quello del ragionamento sulla luce, o della teorizzazione astratta, bensì quello di incontrare in modo diretto gli aspetti più profondi della realtà aprendoci ad essi. In terzo luogo, il processo non si limita all‟utilizzo di un‟unica facoltà (come la ragione), ma coinvolge l‟intera persona: é la totalità della nostra persona a doversi rivolgere verso la luce ed uscire dalla caverna.

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Quarto aspetto, la forza che induce la persona a distogliere lo sguardo dalle ombre è l‟Eros Platonico, l‟anelito struggente verso il Reale.

Proprio come nel mito platonico, la filosofia contemplativa cerca di coinvolgere la persona come un tutto, non soltanto la sua facoltà raziocinante. Il suo obiettivo è la saggezza, che implica apertura di comprensione verso tutti gli aspetti della realtà che è più grande del nostro mondo limitato ed egocentrico, verso nuove dimensioni dell‟essere. Il filosofare non usato come strumento per analizzare, semplificare e risolvere i problemi, ma, al contrario, come una via per aprirci ai sentieri infiniti ed alle complessità della realtà.

In tal senso la filosofia contemplativa può risvegliare in noi intuizioni che ci cambiano e rendere la vita più profonda. Ci può aiutare a prendere parte alle dimensioni nascoste dei significati della realtà ed a esplorarli insieme ad altri filosofi praticanti.

Durante questo processo, le idee e i testi filosofici possono essere d‟aiuto per approfondire ed arricchire la nostra capacità di comprensione. Dobbiamo relazionarci ad un‟idea o a un testo non come a una teoria oggettiva che cerca di descrivere la realtà così com‟è, come una teoria scientifica, piuttosto come ad una delle „voci‟ della realtà con cui possiamo metterci in contatto, ascoltandole attentamente e cercando di corrispondervi. Non conta stare a discutere se un‟idea filosofica sia giusta o sbagliata, quanto piuttosto cercare di capire che cosa ci dice, che tipo di comprensione desta in noi.

b. Esistono linee-guida nella filosofia contemplativa?

Una persona potrebbe chiedersi: “Che cosa significa contemplare filosoficamente? Che cosa significa relazionarsi ad un testo dal centro del nostro essere? Quale tipo di comprensione speriamo di raggiungere?”

Si potrebbe essere tentati di rispondere a queste domande precisando una serie di principi e definizioni, o persino una teoria della filosofia contemplativa. Ciò tuttavia porrebbe dei margini che rinchiuderebbero la filosofia contemplativa in una definizione precisa. Questo tradirebbe lo spirito della filosofia contemplativa, che é sempre un‟investigazione in continuo svolgimento, sempre una esplorazione personale che cerca di andare al di là di tutti i metodi, le supposizioni o i preconcetti conosciuti in precedenza.

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Questo significa che, qualunque cosa si voglia dire sulla filosofia contemplativa, rimarrebbe sempre un punto di partenza per un‟ulteriore investigazione, un‟idea da trascendere, una linea in un dialogo continuo, mai una linea di fondo. Questo non significa, tuttavia, che non si possa dire alcunché sulla filosofia contemplativa. Possiamo dire cose che potrebbero aiutare altri a dirigere la loro attenzione in determinati modi, ispirare altre persone ad aprire i propri cuori e le proprie menti suggerendo strumenti e tecniche per placare i pensieri, “ascoltare” interiormente e far emergere nuove modalità di mettersi in relazione con un testo.

Questo è appunto il ruolo delle idee e delle tecniche che sono descritte in questo libro. Confronti contemplativi con idee filosofiche in quanto tali, sempre aperte ad essere modificate ed ampliate..

c. La stance della Filosofia contemplativa

Nella filosofia contemplativa cerco di filosofare in me stesso, non intorno a me stesso. Diversamente da molti filosofi tradizionali7, non sono uno spettatore distaccato che esamina dall‟esterno un‟idea filosofica, come se fossi un osservatore obiettivo. Lascio che la mia parte interiore si metta in “ascolto” delle idee filosofiche e dei loro diversi significati e implicazioni.

Questo significa che quando mi dedico alla filosofia contemplativa, dovrei assumere un certo atteggiamento interiore, diverso da quello che uso di solito quando esamino una teoria scientifica, o quando discuto un argomento politico o leggo un giornale.

Per prima cosa, ascolto. Mi predispongo affinché le „voci‟ delle idee filosofiche mi parlino interiormente. Talvolta è la mia stessa interiorità a dare origine a queste „voci‟ filosofiche; altre volte può essere un‟altra persona o un testo filosofico. L‟ascolto, sia della propria interiorità che di un‟altra persona, implica che io resti in silenzio trattenendo la mia inclinazione a parlare, aprendo dentro di me uno spazio privo di rumori per comprendere quello che io stesso o qualcun altro dice.

Così, quando leggo un testo filosofico non mi affretto a riempire quel silenzio con la loquacità della ragione, o a giudicare il testo, ma sono attento a percepire come esso mi parla e come reagisce la parte più profonda di me.

7 Quando Lahav parla di filosofi tradizionali si riferisce probabilmente al mondo accademico della filosofia.

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In secondo luogo, lascio che differenti voci filosofiche parlino senza che mi preoccupi di stabilire se sono corrette o sbagliate in senso oggettivo o universale. Dopo tutto, anche voci filosofiche inaccettabili da un punto di vista teoretico spesso hanno cose importanti da dirci. Possono gettare un‟interessante luce chiarificatrice sul problema, o dare voce a parti meno conosciute della nostra personalità o, ancora, esprimere un‟importante considerazione o prospettiva. Tratto perciò la comprensione filosofica come se fosse una frase musicale in un concerto, più che come una teoria scientifica. La questione principale non è se ciò sia vero o falso da un punto di vista teoretico, ma quali significati mi comunica. In realtà, a volte la verità oggettiva può apparire grazie alla voce della ragione, ma diventa soltanto una voce tra le tante. Non c‟è più un solo criterio per preferire un‟idea filosofica – vale a dire una verità teoretica -, ce ne sono molti.

Terzo aspetto: considero la possibilità che parecchie voci filosofiche possano risuonare in me nello stesso momento, anche se si contraddicono da un punto di vista teoretico. Faccio un esempio: l‟etica kantiana può far risuonare qualcosa nel mio interno e nello stesso tempo un‟altra parte di me, forse ispirata da altri tipi di esperienze, potrebbe mostrarsi sensibile all‟utilitarismo. Non mi sforzo a sceglierne una come mia linea-guida, per così dire, perché entrambe possono continuare a stare fianco a fianco e interagire in modi diversi. Non per questo dobbiamo accettare tutte le voci possibili. Ovviamente, posso prestare ascolto ad un‟idea filosofica e reagire in un certo modo se quell‟idea è ripugnante, arrogante o semplicemente contraddittoria. Anche le reazioni, comunque, fanno parte della sinfonia generale.

Quarto: faccio in modo che la ricerca filosofica resti aperta, senza cercare di raggiungere una conclusione o un punto d‟arrivo definitivo. La filosofia contemplativa è un processo senza fine, non concatenato a un‟affermazione finale o a una teoria ben strutturata. Per esempio, se discutiamo del significato dell‟amore, non cerco di arrivare ad un‟asserzione teoretica che riassuma ciò che l‟amore è. Una comprensione filosofica è come una frase musicale dentro la sinfonia della realtà, o come un una frase in un dialogo in corso. Non é un risultato finale, ma rappresenta un momento del processo. Questo non significa che io debba cambiare continuamente le idee filosofiche, perché potrei afferrarvi un significato profondo e lasciarlo risuonare a lungo e in modo decisivo dentro di me.

Il punto è che la stance richiesta dalla filosofia lascia aperta la porta ad una dinamica pluralità di voci compresenti nella nostra vita, senza cercare un‟affermazione conclusiva.

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Infine, sono consapevole del fatto che le mie intuizioni possono giungere da profondità diverse, mie o di altri. Alcune “voci” filosofiche possono farsi strada tra gli strati più esterni della mia personalità, o addirittura da maschere e giochi di ruolo, mentre altre possono esprimere comprensioni di parti più profonde e centrali della mia interiorità in maggiore armonia con la realtà. Sebbene io presti ascolto a tutte queste voci, so che non sono tutte della stessa natura.

Riassumendo, nella filosofia contemplativa presto ascolto alla pluralità delle voci filosofiche della realtà umana che sgorgano da me stesso o che mi raggiungono dall‟esterno, e danno voce ad un continuo dialogo incrociato. In questo svolgersi, approfondisco la comprensione filosofica della complessa sinfonia della realtà umana.

d. Il linguaggio della filosofia contemplativa

La sezione precedente suggerisce come nella filosofia contemplativa sia utile pensare al processo del filosofare come alla metafora delle „voci della realtà‟. Questa similitudine è molto diversa dal linguaggio usato comunemente nella filosofia tradizionale.

Molta parte della filosofia tradizionale (con qualche apprezzabile eccezione) ha a che fare principalmente con teorie riguardanti la realtà: la natura dell‟anima, la morale, la conoscenza e così via. La metafora più azzeccata in questo contesto è quella della fotografia o mappa della realtà. Proprio come una cartina geografica descrive puntigliosamente un determinato paesaggio, come una fotografia riproduce una porzione di mondo, così una teoria filosofica dovrebbe ritrarre fedelmente il paesaggio della realtà. Possiamo dire di avere a che fare con una metafora essenzialmente visiva: una teoria filosofica è come una fotografia.

Questa similitudine apparentemente innocua (inoffensiva) coinvolge numerose ipotesi nascoste. In primo luogo, implica infatti che, in quanto filosofo, io mi relazioni al mondo osservandolo dall‟esterno, con fare distaccato. In secondo luogo, si suppone che io metta da parte la vita quotidiana, le mie preoccupazioni personali, le gioie, le speranze, i miei sbalzi di umore, per esaminare il mondo da una prospettiva oggettiva e distaccata. Ci si aspetta anche che usi una sola facoltà, un‟unica componente specifica della mia personalità: gli „occhi della mia mente‟, spesso identificati con la mia ragione. Inoltre, lo scopo del mio filosofare sarebbe quello di tracciare una linea di demarcazione netta, che porti come risultato finale ad una teoria. Questo risultato è valutato in base ad un unico criterio: essere o meno un‟accurata fotografia della realtà.

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Il problema è che questa metafora visiva separa il processo del filosofare dalla maggior parte della mia vita quotidiana e dalla mia persona. Invece di occuparsi di come incontro la vita, in modo personale, dinamico e pieno di risvolti, usa il ragionamento astratto per comprimere la realtà umana in una rappresentazione statica, in una teoria impersonale.

E‟ poco probabile che un tale modo di filosofare, essendo molto lontano dal mio modo di essere, possa aiutarmi a evolvere come persona. Finché valuterà la vita dall‟esterno, ignorando che cosa sia la vita per me, avrà una scarsa capacità di trasformare e far crescere la mia saggezza. Un filosofare che intenda cambiarmi radicalmente non può che coinvolgere tutto il mio essere. Deve diventare un processo dinamico del mio continuo dialogo con la vita, un andamento che esprima i diversi aspetti della mia vita e, più in generale, della realtà umana.

Un tipo di filosofare che dovrebbe realizzarsi nella vita e non intorno alla vita.

E‟ pertanto utile, quando si fa filosofia contemplativa, evitare la metafora della mappa visiva. Meglio pensare ad ogni idea filosofica non come a una fotografia della realtà, piuttosto come a uno dei molti modi nei quali la realtà si rivela nelle nostre vite. La realtà – la mia realtà personale, le realtà degli altri individui e la realtà umana in generale – rivela se stessa non soltanto attraverso la ragione, ma anche attraverso le nostre esperienze, le speranze, le paure, le preoccupazioni, e ogni altro aspetto della vita.

Come suggerisce quanto precedentemente scritto, il “termine” metafora è particolarmente appropriato per esprimere questa manifestazione della realtà umana dai molti strati e dalle diverse sfaccettature. Potremmo dire che la realtà parla dentro e fuori di noi, utilizzando molte voci. Lasciamo la tradizionale convinzione che la ragione si esprima attraverso un‟unica voce e pensiamo invece ad una sinfonia di differenti voci filosofiche che emergono in modi e forme diverse dagli infiniti orizzonti della realtà umana. A questo punto dovremmo considerare alcuni pensatori tradizionali, come Cartesio, Nietzsche o Sartre, come individui che hanno espresso le loro singole voci, ognuna in armonia con il proprio incontro con la vita. Questi filosofi si sono espressi magnificamente, con grande abilità e sensibilità. Ma le loro restano singole voci del grande concerto umano. Qualcuna di esse mi appare profonda, o piena di significato, oppure elevata, altre insignificanti o inopportune, altre ancora possono destare in me accoglienza, mentre altre possono portarmi all‟indignazione, eppure tutte sono parte del coro dell‟umanità.

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TECNICHE DI FILOSOFIA CONTEMPLATIVA

Se la filosofia contemplativa deve coinvolgere tutto il mio essere, allora non può limitarsi ad astratte argomentazioni sulla vita. Occorre la totalità della mia partecipazione nel processo dell‟”ascolto” e del “dar voce” alle idee filosofiche.

Quella che segue è una lista di tecniche utili nella filosofia contemplativa. Va da sé che alcune sono più utili per certe persone e in date circostanze, mentre altre tecniche funzionano meglio in altri casi e con altri tipi di persone. L‟idea di base é che i contemplativi si aprono completamente ad uno “spazio” o ”canale interiore” libero dalle loro idee e dal chiacchierio interiore, sforzandosi di dar voce a forme di comprensione che sgorgano da un‟interiorità più profonda.

Prepararsi alla contemplazione: la Meditazione sulla Voce

Prima di cominciare una pratica di filosofia contemplativa, di solito aiuta stare per qualche minuto in silenzio, allontanando il rumore e i battibecchi della quotidianità per adottare un‟attitudine interiore più tranquilla e attenta. Se il nostro scopo è contemplare da uno strato più profondo del nostro essere, abbiamo bisogno innanzi tutto di staccarci dall‟affollamento dei pensieri per dimorare dentro noi stessi, situandoci al di là del chiacchierio e della nostra capacità razionale immediata.

La meditazione sulla voce è uno strumento utile a questo scopo. Con questa tecnica considero il mio corpo – o, più precisamente, gli organi che sostengono la colonna d‟aria presente nel mio corpo – come una metafora del mio intero essere. Man mano che la mia concentrazione scende lentamente dal naso alla bocca e via via fino al bacino e anche più giù, sento che mi sto allontanando dalla consueta e scontata consapevolezza per immergermi interiormente in strati più profondi di quelli quotidianamente coinvolti. L‟effetto di questo esercizio è un senso di centratura che mi accompagna (per un po‟), aiutandomi a ri-centrare me stesso in relazione alla colonna d‟aria dentro di me.

Per iniziare la Meditazione sulla Voce possiamo sederci comodamente sul pavimento o su una sedia, con la schiena dritta. Mani e gambe sono rilassate a piacere purchè sistemate in modo simmetrico. Per facilitare la concentrazione è preferibile tenere gli occhi chiusi. Meglio respirare un po‟ più lentamente di quanto si fa di solito, senza che questo diventi uno sforzo. Si inspira dal naso e si espira dalla bocca.

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Dopo alcuni attimi di silenzio, il facilitatore esperto guida i partecipanti a concentrare la propria attenzione sul respiro, in particolare sull‟aria che entra e che esce. Iniziamo focalizzando l‟attenzione sulla testa e sul modo in cui l‟aria respirata risuona in essa. Poi il facilitatore ci ricorda di prestare attenzione alle narici e al passaggio dell‟aria in esse; poi si passa alla bocca, all‟apertura della laringe (nel punto preciso dove la cavità della bocca incontra la laringe); poi alla fine della laringe (là dove la laringe incontra la cassa toracica), poi al torace, alla parte alta dell‟addome (proprio sotto il torace, nel punto in cui la pancia si gonfia e si sgonfia col respiro), infine alla parte bassa dell‟addome (dove finisce la colonna d‟aria).

Ciascuno di questi passaggi può durare per tre soli respiri oppure parecchi minuti. A volte è utile suggerire ai partecipanti di emettere un suono per concentrarsi meglio sul movimento del respiro.

Nel corso dell‟intero processo é importante evitare la diffusa tendenza di guardarsi da dentro fissando lo sguardo all‟organo sul quale ci stiamo concentrando. Si dovrebbe evitare perché ci porta ad una scissione tra soggetto e oggetto. L‟atteggiamento più consono non è guardare un determinato organo, bensì sperimentarlo da dentro: osservo la mia gola, petto o stomaco come se risiedessi in essi. La mia consapevolezza non osserva le parti del mio corpo, ma è presente in esse.

Gli ultimi due stadi rappresentano il culmine del processo: dopo essere discesi fino alla parte più bassa dell‟addome, continuiamo a scendere fino alla base del tronco che reagisce alla respirazione e tutti i muscoli vi partecipano producendo dei rumori. Questa è comunque una parte del corpo al di sotto della colonna del respiro, quindi scendere in quest‟area è come immergersi al di sotto di se stessi.

Infine, eccoci pronti alla discesa finale: partendo dal bacino scendiamo ancora, oltre il nostro corpo. Per usare una metafora, ora dimoriamo oltre noi stessi, alla radice della nostra esistenza, in un punto che ci precede, permeato di silenzio e saggezza.

Non è necessario discutere ora l‟esatto significato della metafora “essere oltre noi stessi”, o “radice della nostra esistenza”, oppure “dimorare nel punto del silenzio e della saggezza”. Alcune metafore sono più efficaci se lasciate suggestivamente aperte. Quello che conta è che la nostra consapevolezza è ora centrata, e sconfina oltre la parte più esterna e rumorosa della nostra mente. E‟ pronta per essere coinvolta nella filosofica contemplativa.

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Il Cerchio del Discernimento

Lo scopo del Cerchio del Discernimento è aiutarci ad ascoltare vari stimoli che siano un testo filosofico, altri partecipanti o le nostre convinzioni riguardo alla vita. Ascoltare, in questo caso, significa che lascio risuonare in me le voci filosofiche senza pianificarle, senza le mie idee e i miei giudizi.

Il Cerchio del Discernimento si basa sulla tecnica del “concilio”, che pare abbia le proprie radici nei raduni tribali degli indiani d‟America. Nel nostro caso è stata modificata e adattata al contesto del filosofare.

I partecipanti (il numero ideale è un gruppo di 8-15 persone) si siedono in cerchio. Il facilitatore mette al centro il “Simbolo Parlante”– un piccolo oggetto con qualità estetiche e simboliche, grande abbastanza da essere tenuto comodamente in mano.

Prima di iniziare, dopo un breve esercizio di centratura, possiamo simbolicamente accendere una candela e trascorrere qualche secondo in silenzio per addentrarci ad ascoltare e parlare dal cuore.

Per cominciare il Cerchio del Discernimento, il facilitatore raccoglie il Simbolo Parlante, legge un breve testo filosofico e propone un problema (o un tema) filosoficamente rilevante, meglio se formulato in prima persona (per esempio, “Che cos‟è il mio “vero” Io”). Se necessario, il cerchio dedica alcuni minuti a verificare che ciascun partecipante abbia ben compreso il significato letterale del testo. Il facilitatore ripone l‟oggetto simbolico al centro, e il cerchio è ora pronto a ospitare l‟intervento di ciascun partecipante e il reciproco ascolto. Quello che si ottiene è un “concerto” polifonico di voci in continuo svolgimento, che esprime una tessitura di comprensioni del problema.

Per giungere ad un‟appropriata consapevolezza interiore, i partecipanti devono seguire queste sei regole procedurali e „intenzioni‟ dialogiche e filosofiche:

A. REGOLE PROCEDURALI

1. La Regola del Simbolo Parlante: ciascun partecipante può intervenire soltanto quando ha in mano il Simbolo Parlante. In caso contrario, nessuno parla. Capiterà che qualche volta i partecipanti desidereranno intervenire, ma non potranno farlo; dovranno raccogliersi in ascolto e allontanarsi dal chiacchierio delle argomentazioni quotidiane.

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Il facilitatore può decidere modi differenti di usare il Simbolo Parlante: lo si può passare di mano in mano in senso orario, o antiorario (un partecipante può anche decidere di non parlare e di passarlo alla persona a fianco); oppure porlo al centro del cerchio così che chiunque si senta pronto, possa raccoglierlo per poi intervenire.

2. La Regola della Riservatezza: in quanto partecipanti, concordiamo che quanto detto nel cerchio resterà confidenziale, a meno che uno di noi non dica esplicitamente che le sue parole possono essere ripetute anche fuori dal cerchio.

B. INTENZIONI DIALOGICHE

Oltre alle due regole procedurali sopra accennate, dovremmo provare ad abbracciare anche le seguenti “intenzioni” riguardanti l‟ascoltare e il parlare. Il termine „intenzione‟ significa che proveremo a fare del nostro meglio, anche se non ci riusciremo sempre.

3. LIntenzione allAscolto: nella nostra vita quotidiana non ascoltiamo davvero. Mentre un‟altra persona parla, noi di solito seguiamo i nostri pensieri, i ricordi, le reazioni suscitate. Magari siamo impegnati a pensare “Anch‟io ho vissuto un‟esperienza così!”, oppure “Non sono d‟accordo con quanto dici”, oppure “Ottima osservazione! Devo ricordarmi di dirla al mio amico”. Altre volte ci scopriamo intenti a pianificare cosa diremo quando sarà il nostro turno di parlare, o più semplicemente saremo immersi in pensieri e assunti sconnessi. Il risultato sarà quello di non essere propriamente recettivi verso gli altri.

L‟Intenzione di Ascoltare richiede perciò di mettere da parte pensieri e immagini che possono interferire, di scacciare dal nostro cuore ogni tendenza a valutare, giudicare o interpretare le idee degli altri. Mentre un‟altra persona sta parlando, dobbiamo aprire uno spazio interiore vuoto, sgombro da noi stessi e dalle idee. E‟ come se inserissimo nel nostro essere un palcoscenico che sarà occupato solo dalla voce che parlerà.

4. LIntenzione del Dare Voce: quando toccherà a noi parlare, come lo faremo? Nel quotidiano solitamente parliamo stando in una parte superficiale del nostro essere: per esempio nel nostro sistema dottrinario ben strutturato o nella capacità di teorizzare. Altre volte quello che farfugliamo è qualche motivazione nascosta: la nostra rabbia verso l‟altra persona, il desiderio di fare impressione

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sugli altri, di giustificarci, di manipolarli per farci ammirare, e così via. Il risultato è che non è più udibile la voce delle nostre profonde comprensioni della vita, soffocata dai nostri automatismi mentali e dalle motivazioni nascoste.

Secondo questa intenzione, decidiamo di dare voce alla comprensione della vita che ci abita in un preciso momento. Proviamo a parlare dallo strato più profondo del nostro essere; lasciamo che le nostre intime comprensioni ci parlino spontaneamente, senza esserci misurati con esse in precedenza, senza pianificarle o abbellirle, senza appannarle con motivazioni e calcoli nascosti o con emozioni fini a se stesse.

C. INTENZIONI DEL FILOSOFARE

5. LIntenzione Polifonica: il nostro scopo è quello di creare un „concerto‟ di voci nel quale una grande varietà di comprensioni interagiscono e si intrecciano per arricchirsi l‟un l‟altra, non tanto una discussione lineare che porti ad una definizione precisa e conclusiva. Perciò quando udiamo esprimere varie forme di comprensione, proviamo a farle coesistere fianco a fianco, rinunciando al tentativo di confutarle o di dichiararle inadatte.

Questo processo è molto diverso da quello attuato nelle consuete discussioni filosofiche. Molte filosofie tradizionali operano per trovare soluzioni a delle problematiche specifiche, giustificando la scelta di una teoria piuttosto che di altre. D‟altro canto, secondo l‟Intenzione Polifonica, partiamo dal presupposto che praticamente ogni comprensione ha qualcosa da dire; e tutte insieme trovano spazio nel concerto globale della comprensione. Ciò non significa egualitarismo, o che „ogni cosa va bene‟, come accade nel relativismo o nel soggettivismo. Di fatto, qualche tipo di comprensione occuperà una posizione più centrale nel nostro mondo, mentre altre entreranno in gioco solo con determinate problematiche o in determinate situazioni; alcune saranno molto significative, magnifiche o allettanti, mentre altre risulteranno stravaganti, terribili o spaventose. Eppure tutte insieme contribuiranno alla nostra comprensione globale dell‟argomento in questione.

Ciò significa che ci asteniamo dal giudicare le idee filosofiche come vere o false e come valide o inutili. Lasciamo spazio – anche se non necessariamente uno spazio equivalente – affinché tutte le idee parlino l‟una accanto all‟altra in una polifonia di voci. Possiamo esprimere la nostra personale reazione ad un‟idea – per esempio, indignazione morale, o una preoccupazione su una

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contraddizione apparente – ma non cercheremo di squalificarla o giudicarla „oggettivamente‟, da un punto di vista distaccato.

6. Lintenzione della Disamina Critica: se non ci mettiamo a giudicare per stabilire la correttezza o meno, allora che qual è il senso della disamina filosofica?

La risposta è che noi analizziamo le qualità, i significati e le implicazioni di diverse forme di comprensione. Possiamo indagare una comprensione dal punto di vista delle esperienze che la portano alla luce, possiamo esaminare che cosa implica riguardo alla vita, ricercare i presupposti e i concetti che ne stanno alla base, osservare come si relaziona ad altri tipi di comprensione, o in breve ascoltare il significato della sua voce nel contesto del concerto polifonico globale della comprensione.

La Chiusura del Cerchio: il cerchio può terminare ad un momento pre-stabilito, o quando il facilitatore si rende conto che la conversazione ha raggiunto un certo grado di completezza. Prima di separarci, restiamo qualche attimo in silenzio per rivedere il processo che abbiamo appena percorso. Poi, in un ultimo giro di interventi di fronte al Simbolo Parlante, condividiamo con gli altri i momenti per noi più significativi e le comprensioni che abbiamo raggiunto, dichiarando quali di esse portiamo con noi per un‟ulteriore esplorazione futura.

LA LEZIONE DEL SILENZIO

La Lezione del Silenzio è la versione di una tecnica tradizionale che è stata sviluppata nel Medioevo dai monaci cattolici dell‟ordine dei Cartusiani. Si tratta della Lectio Divina (lettura divina). Il motivo principale per il quale questa tecnica è stata qui rinominata è che il termine “Divina” – divina o santa – potrebbe risultare inappropriato per la contemplazione di un testo filosofico.

La Lezione del Silenzio ci indica come leggere in silenzio un breve testo ascoltando interiormente le voci della comprensione che si risvegliano in noi. Il testo funge da asse portante della contemplazione, aiutandoci a mantenere il silenzio interiore, la centratura in noi stessi e l‟attenzione. L‟effetto è che possiamo sperimentare il testo che ci parla e fa nascere dentro di noi nuove forme di comprensione, da qui appunto il termine „la Lezione del Silenzio‟.

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Esistono varie versioni della Lezione del Silenzio, alcune sono individuali, altre per gruppi. Nel caso che segue, l‟idea di base è che leggiamo insieme un breve testo, cerchiamo di coglierne l‟ampio tessuto di significati per poi organizzare quella trama in una comprensione focalizzata, concentrandoci su una singola frase o su un singolo concetto.

Per specificare meglio:

1. Preparazione: sediamo in cerchio, ciascuno con una copia del testo. Lo leggiamo insieme e verifichiamo che tutti abbiano compreso il significato immediato, letterale. Dovrebbe consistere in uno o due paragrafi ma può anche essere parte di un testo più lungo, di una o due pagine.

Il raggiungimento della “stance” interiore dellAttenzione Recettiva: per entrare in uno spirito meditativo, facciamo un breve esercizio di centratura. Cerchiamo di raggiungere una posizione interiore verso l‟attenzione recettiva e il silenzio distanziandoci dal chiacchierìo e dalla mente pensante. In altre parole, cerchiamo di percepire consapevolmente tutto quello che sta accadendo dentro di noi, in particolar modo le comprensioni che salgono dalla loro profondità. In un certo senso é come se non abitassimo più i nostri assordanti pensieri quotidiani, come capita di solito, ma in un‟interiorità più profonda, situata in quello che potremmo chiamare il nocciolo di noi stessi, o anche il punto del nostro silenzio interiore. Non ci identifichiamo più con la nostra mente indaffarata e rumorosa, ma siamo come un contenitore, uno spazio vuoto, un circuito di illuminazioni potenti che parla attraverso la laringe e le labbra. Non siamo più il nostro Io che controlla, parla e decide, ma siamo recettivi e disponibili verso qualunque cosa si manifesti dalla nostra interiorità. Se pensieri superficiali e immagini attraversano la nostra mente, non ci identificheremo con essi né li combatteremo, li lasceremo semplicemente passare come se fossero un rumore di fondo irrilevante.

2. Prima lettura: il facilitatore legge lentamente il testo principale. Un altro partecipante può rileggere il testo, una o più volte. Durante le letture, manteniamo tutti un‟attenzione recettiva per non cercare di analizzare i contenuti ma lasceremo semplicemente che il testo continui a parlarci.

3. Sviluppo di un campo di significato: Ora vogliamo dispiegare il ricco tessuto di significati che emergono dal testo originale. In questa fase non c‟è da organizzare o focalizzare il testo, ma

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renderlo ampio e ricco. E‟ preferibile suddividerlo in più frasi, e concentrarci separatamente su ciascuna.

Più in dettaglio, il facilitatore mette a fuoco una parte significativa del testo (una frase o una parte di essa, un‟espressione o un‟unica parola) e successivamente invita i partecipanti a intervenire chiedendosi: “Che cosa mi dicono queste parole?”

A questo punto, il cerchio è aperto e chiunque può intervenire liberamente, senza rispettare i turni, in modo da esprimere le comprensioni che nascono dentro. Possono essere forme di comprensione generiche o non personali (come, per esempio, quella che l‟Io è strutturato dagli incontri con le altre persone), oppure può trattarsi di comprensioni filosofiche personali, che esprimono l‟originale incontro di ciascuno con un‟idea filosofica (per esempio, che tendo a essere consapevole di me stesso quando mi sento minacciato da figure autoritarie, come il mio capo). Comunque, è importante che chi interviene segua queste linee guida o intenzioni:

1. Le parole non devono provenire dai miei pensieri chiassosi, ma dalla mia silenziosa attenzione recettiva. Potrà anche succedere che mi ritrovi seduto a lungo in silenzio, se nessuna comprensione dovesse farsi avanti.

2. Ogni parola espressa è preziosa. Articolo le mie parole in modo chiaro e conciso. Non indulgo in ripetizioni, non elaboro spiegazioni dettagliate, commenti non sostanziali o chiacchiere inutili.

3. Non parlo di comprensione filosofica, ma la esprimo. Non la argomento, non ne discuto, né cerco di provarla o di confutarla, né di esprimere riserve al riguardo. Do semplicemente testimonianza della comprensione che parla in me.

4. Il soggetto delle mie parole non sono io, ma la comprensione filosofica stessa. Perciò evito di parlare di me. Evito espressioni del tipo: “Pensavo che…”, “Mi sembra che…”, Mi chiedo se…”, e modi simili di raccontarmi (a meno che non sia io l‟argomento della mia comprensione).

5. Cerco di ricollegarmi a quello che altri hanno detto prima di me. Ma non commentando le loro comprensioni, bensì partendo da esse. Non giudico, né valuto, convengo o non convengo, piuttosto cerco di esprimere una comprensione che possa sviluppare ulteriormente quelle che l‟hanno preceduta. In questo senso, non mi concentro più sul singolo testo filosofico, ma sull‟intero campo di significati e anche al di là di esso – sommo al testo originario quello che ne è stato detto. Una giusta metafora è quella di un concerto di jazz dove ciascun musicista parte da un tema musicale proposto e ne improvvisa la continuazione.

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Se seguiremo queste intenzioni, è probabile che non ci saranno lunghe pause tra gli interventi. (Se invece si sviluppa una conversazione continua, probabilmente è perchè non stiamo rispettando le intenzioni).

Dopo un po‟ il facilitatore sceglie un‟altra parte del testo e chiede di nuovo al gruppo quali parole dice loro (quel testo).

E‟ importante come il facilitatore usa le domande per dirigere il processo. Per esempio, può guidare il processo verso una direzione personale (“Che cosa mi dicono queste parole riguardo alla mia vita?”), o verso una direzione intersoggettiva (“Che cosa ci dicono queste parole di noi stessi, all‟interno del nostro gruppo?” ), oppure similmente egli può focalizzare il processo su un aspetto pragmatico o teoretico, sul passato o sul presente e così via.

4. Focalizzazione sul campo di significato: finora abbiamo presentato un campo di significati ricco ma disorganizzato. E‟ ora che facciamo l‟inventario di quanto abbiamo illustrato per una messa a fuoco.

Perseguendo questo obiettivo, il facilitatore può intervenire così: “Proviamo ora a considerare tutte le comprensioni che sono state espresse in questo cerchio e riprendiamo nuovamente il testo”.

Rilegge quindi il testo e chiede al gruppo: “Che cosa ci ha detto questo testo negli ultimi quarantacinque minuti? A che tipo di comprensione ha dato origine in questo cerchio?”

La sessione è nuovamente aperta agli interventi dei partecipanti, seguendo le cinque intenzioni elencate sopra. Si cerca di articolare un tema centrale (o più temi) da sviluppare nel corso del processo. Sotto la guida del facilitatore, i vari suggerimenti convergono in un unico centro (in alcuni casi ci possono essere più centri). Il facilitatore può poi ripetere o riassumere le comprensioni principali attorno alle quali si è svolto il processo. Il risultato può essere scritto su un foglio.

5. La conclusione: è preferibile non interrompere la sessione in modo brusco. Facciamo in modo che la nostra attenzione si sciolga lentamente. Dopo qualche minuto il gruppo si separa, e ciascun partecipante può avviarsi per una passeggiata in solitudine o restare seduto tranquillamente trattenendo nella propria consapevolezza le comprensioni che lo hanno toccato maggiormente.

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LA VISUALIZZAZIONE FILOSOFICAMENTE GUIDATA

La visualizzazione guidata è una tecnica che si usa abitualmente in vari tipi di laboratori ed è qui adottata dalla Filosofia Contemplativa. L‟idea di partenza è che la nostra immaginazione spontanea possa rivelare profonde comprensioni non facilmente accessibili al nostro pensiero conscio.

Per prepararsi a questa sessione, il facilitatore sceglie un breve testo filosofico nel quale si possa visualizzare metaforicamente l‟idea di partenza. Un esempio è il mito della caverna platonica, nel quale possiamo visualizzare gli abitanti della caverna e il loro permanere nell‟ombra; oppure il testo di Henry Bergson sull‟atto libero, tratto da “L‟evoluzione Creatrice” (Parte 3), nel quale l‟Io è paragonato ad una corrente sotterranea ricoperta da idee solidificate.

Ci sediamo comodamente in cerchio, leggiamo il testo e ci accertiamo che sia chiaro il significato immediato. Si consiglia qualche minuto di meditazione per entrare in uno stato di silenzio e attenzione.

Il facilitatore suggerisce ai partecipanti di chiudere gli occhi e di visualizzare una scena figurativa suggerita dal testo. Così facendo, riusciamo a tenere a mente l‟idea filosofica che la scena esprime metaforicamente.

Per esempio, nel caso dell‟allegoria della caverna platonica, il facilitatore potrebbe dire: “Immaginate di essere dentro la caverna. Voi siete la caverna: le pareti sono i vostri confini, i confini dei vostri pensieri, del vostro modo di pensare, dei vostri modelli emozionali, del vostro coraggio… Ci sono corde che vi tengono legati alla sedia… Ora, datevi un‟occhiata intorno, guardate le pareti, le ombre, la sedia… Provate a sentire la forza delle corde, come impediscono i movimenti… Provate ad ascoltare se riuscite a sentire qualcosa dietro di voi… Come ci si sente a sedere così su una sedia?… Ora sta accadendo qualcosa di nuovo: qualcuno dietro a voi vi sta slegando. Siete liberi di muovervi. Provate a vedere se riuscite a girarvi e a guardare cosa c‟è dietro a voi…”

In modo simile, nel caso del testo di Bergson, il facilitatore potrebbe dire: “Ora siete in piedi vicino ad una corrente d‟acqua. Voi siete quella corrente, il flusso dell‟acqua è il vostro Io… E‟ coperto da una specie di incrostazione – visualizzatela; vedete a cosa somiglia… Guardatevi intorno e vedete quello che vi circonda, il posto che vi accoglie, da dove la corrente sembra nascere e dove si dirige… Ora piegatevi verso la corrente e toccate la materia che copre l‟acqua; non è ancora il momento di rimuoverla, non svelate l‟acqua, toccatela soltanto e provate a sentire cosa sembra. Tenete un po‟ di quell‟incrostazione in mano; già la conoscete, è qualcosa presente in voi stessi. Provate a sentirla. Va bene, ora mettete giù quel materiale morto, fate un buco nella parte superiore di questa incrostazione, mostrate una piccola parte della superficie dell‟acqua… Guardate l‟acqua che scorre… toccatela e provate a sentire che sensazioni vi dà… E ora, quando siete pronti, entrate

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in questa apertura, immergetevi quanto più potete nell‟acqua, ed esplorate cosa c‟è lì. Prendetevi il tempo necessario”.

Queste istruzioni possono essere più dettagliate e più direttive, oppure più generiche e aperte, tutto dipende dal gruppo e dalla situazione specifica. In ogni caso, è importante lasciare spazi di silenzio per permettere ai partecipanti di esplorare da soli il loro mondo immaginario. Una volta che i partecipanti hanno seguìto questo procedimento, il facilitatore può lasciarli soli senza istruzioni per cinque o dieci minuti.

Per concludere il viaggio della visualizzazione, il facilitatore chiede ai partecipanti di essere pronti a tornare al punto di partenza, o in qualche altro luogo significante dove si potrebbe concludere in modo appropriato l‟esperienza.

Per esempio, nel caso del testo di Bergson, il facilitatore potrebbe chiedere ai partecipanti di tornare, una volta pronti, alla superficie dell‟acqua, di uscire dalla corrente e, se lo volessero, di ricoprire l‟apertura dell‟incrostazione precedentemente rimossa.

Possiamo poi aprire gli occhi, quando sentiamo che è il momento di farlo. Dopo alcuni attimi di silenzio, condividiamo l‟un l‟altro le nostre esperienze. Questo può essere fatto in un Cerchio del Discernimento (vedi sopra), con lo scopo di accrescere la capacità di apertura all‟ascolto reciproco.

Dopo il primo giro di condivisione delle esperienze, ne segue un secondo di tipo filosofico: Che cosa abbiamo imparato dal testo filosofico e dalle sue idee principali? Che cosa mi ha insegnato il testo? Che nuove forme di consapevolezza abbiamo raggiunto? Questo giro di risposte può essere fatto con una semplice conversazione, o in un rilassato Cerchio del Discernimento.

DISEGNARE FILOSOFICAMENTE

Riguardo al Disegno Filosofico pensiamo che disegnare un‟idea filosofica possa rivelare comprensioni profonde che non sono facilmente accessibili al nostro pensiero verbalizzato. In questo processo si possono distinguere cinque stadi:

1. Definizione del tema del disegno: L‟esercitazione comincia con una lettura lenta di un breve testo o più testi su una specifica tematica filosofica. Tutti insieme ne discutiamo brevemente, per verificare che tutti abbiamo compreso il significato immediato. Nel passo successivo, il facilitatore propone un tema filosofico correlato che i partecipanti dovranno disegnare. L‟argomento può essere formulato in modo impersonale e generico (per esempio, Il vero sé; Parole e silenzio; Amore come Eros contro amore come Agape, etc…). E‟ comunque in genere più efficace personalizzare il tema richiamando l‟attenzione su che

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cosa significa per l‟individuo, oppure come si manifesta nella vita di ciascuno. Facciamo alcuni esempi: Il mio vero sé; Che cosa mi suggerisce il silenzio; Dov‟è l‟amore erotico nella mia vita; Che cosa mi dice questo testo, e così via.

2. Il disegno: Ora il gruppo si sparpaglia per la stanza e ciascuno disegna su un foglio di carta la propria interpretazione visuale del tema. I pastelli colorati o le matite sono molto utili. Sono importanti due intenzioni: con la prima dovremmo cercare di disegnare attingendo direttamente dalla fonte della nostra comprensione pre-verbale, invece che tradurre in disegno un‟idea già verbalizzata. In secondo luogo, dovremmo evitare l‟uso di lettere o simboli che abbiano significati uguali per tutti. Faccio un esempio: non dovremmo disegnare un cuore come simbolo dell‟amore, perché questo simbolismo semplicistico impoverisce la possibile gamma di significati che un disegno può esprimere. Allo stesso modo, si può aggiungere una terza intenzione che proibisca di disegnare qualunque oggetto riconoscibile, come un viso, una stella o un fiore. Questo significa che gli unici disegni ammessi appartengono allo stile astratto, non figurativo.

3. Dare titoli ai disegni: Dopo aver completato la raffigurazione, mettiamo i disegni sul tavolo o sul pavimento, come avviene nelle mostre d‟arte. I disegni sono lì perché tutti li possano guardare, ma non hanno ancora un titolo. E‟ compito di ciascun partecipante dare un titolo a ogni disegno. Permettendo agli altri di attribuire un titolo al mio disegno, sto dando loro infatti la possibilità di indicarmi significati nascosti che da solo potrei non aver notato.

Per fare ciò, mettiamo un foglio bianco di carta vicino a ciascun disegno e lo chiamiamo Foglio dei Titoli. Camminiamo per la stanza e osserviamo i nostri rispettivi lavori. Quando siamo pronti, rispettando i nostri tempi interiori, per ogni disegno ciascuno scrive un titolo che meglio esprime la sua comprensione di quel disegno. Il titolo dovrebbe essere di due o tre parole, in ogni caso non più lungo di cinque (vanno escluse le preposizioni e le congiunzioni).

4. Che cosa mi dice il titolo: Ora che il gruppo ha attribuito diversi titoli a ciascun disegno, ci sediamo in cerchio. A turno ciascuno presenta agli altri partecipanti il proprio disegno e spiega la comprensione filosofica che intendeva esprimere. Poi legge a voce alta i titoli attribuiti e spiega quale nuova luce questi abbiano aggiunto al significato personale.

5. Sommario filosofico: Per concludere l‟esercitazione di Disegno Filosofico, mettiamo insieme i vari significati emersi durante questo processo, sia nella conversazione informale, che nel Cerchio del Discernimento. Lo scopo non è quello di tracciare una precisa linea di demarcazione, ma la mappa di un campo di significati relativi al tema filosofico preso in considerazione.

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Va detto che un esercizio simile può essere fatto con un mazzo di cartoline colorate al posto dei disegni. Quaranta o cinquanta di queste, ciascuna con un disegno interessante, possono esprimere una varietà di significati. Le cartoline vengono sparse sul pavimento e ciascun partecipante ne sceglie e ne raccoglie una per esprimere la propria comprensione del tema filosofico in esame. Poi i partecipanti rendono conto al gruppo delle loro scelte, e su questa base si può sviluppare una conversazione.

LEGGERE LENTAMENTE

Quella della lettura lenta è una tecnica individuale, che mira a dare a ciascun partecipante uno spazio (personale) di silenzio interiore, durante il quale il testo può dar origine a varie forme di comprensione. Di fatto, assomiglia più ad una preghiera che ad una conversazione.

Per questo motivo, il testo va scelto con cura. Dovrebbe essere conciso e ricco di significati, non prolisso, ripetitivo o tecnico. La sua lunghezza dovrebbe essere di almeno una pagina, se possibile anche più pagine, e suddiviso in brevi paragrafi. (Se i paragrafi sono lunghi, li possiamo dividere in sezioni più brevi con una matita).

Ci distribuiamo nella stanza, seduti o in piedi non ha importanza, in ordine casuale. Ciascuno ha una copia del testo. Il facilitatore legge a voce alta la prima parola o la prima frase del primo paragrafo e rimane in silenzio per alcuni minuti. In questi attimi, ci soffermiamo su quel paragrafo. Quella che facciamo è precisamente una scelta individuale: possiamo rileggere lentamente ciascuna parola, o meditare su parole particolari che ci hanno colpito, oppure possiamo visualizzare le idee principali, o più genericamente sperimentare forme diverse di lettura lenta. Qualunque cosa decidiamo di fare, l‟estrema lentezza della lettura ci aiuterà ad andare oltre il modo abituale e automatico di leggere un testo. Qualche minuto dopo, il facilitatore legge ad alta voce l‟inizio del secondo paragrafo, poi il terzo, e così via fino alla fine dello scritto scelto.

I partecipanti si possono separare per una breve passeggiata. In alternativa, si può sviluppare una conversazione.

I PARTNER FILOSOFICI

Questa non è una tecnica singola, ma una cornice generica per iterazioni filosofiche nelle quali due (o tre) compagni si aiutano a vicenda mentre incontrano un‟idea o un testo filosofico in modo personale, diverso dall‟abituale attitudine quotidiana. L‟idea di base è che alla conversazione

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filosofica si impongano artificiosamente delle regole che ci costringeranno ad assumere una posizione interiore poco conosciuta, andando così al di là di idee e atteggiamenti superficiali.

Questo approccio si fa in coppia. Nel caso si tratti di un gruppo, i partecipanti si suddividono in gruppi di due persone e ciascuna coppia cerca un posto tranquillo dove conversare in intimità. (Sono possibili anche gruppi di tre, nei quali il terzo componente funge da testimone alla conversazione). Alla fine della sessione, il gruppo si riunisce nuovamente per condividere le esperienze e le intuizioni venute alla luce.

Spesso è utile concentrare l‟attenzione non solo su un tema filosofico prestabilito, ma anche su un breve testo filosofico. Le regole applicate alla conversazione possono dirigerla verso una direzione più personale o più generica, a seconda della scelta. Ecco alcuni suggerimenti per possibili regole:

a. Voci alternative: Normalmente ci facciamo delle opinioni che fungono da capisaldi acquisiti – su politica, religione, morale, e così via. Le adottiamo e affermiamo che sono le nostre opinioni. Questo tipo di convinzioni strutturate che ospitiamo da tempo dentro di noi tendono a solidificarsi nelle nostre menti e a perdere la capacità di cambiamento e la loro vitalità.

Altre volte ci siamo trovati a blaterare opinioni su qualche argomento nuovo sul quale non abbiamo mai riflettuto, e tuttavia ne chiacchieriamo in modo automatico, senza fermarci a riflettere. Questi possono essere considerati i nostri automatismi mentali. La relazione tra convinzioni ufficiali e automatiche non è ovvia, ma si può dire che hanno in comune il fatto di non prendere spunto nel presente da una profonda riflessione o da un esame di coscienza. (Al massimo esse sono il prodotto di una riflessione avvenuta nel passato).

In questa esercitazione cercheremo di dar voce a parti di noi più profonde, vitali, non ancora solidificate. Per ottenere questo, dobbiamo imporre le seguenti regole alla conversazione: Ogni volta che i partecipanti vogliono parlare, devono prima formulare brevemente la loro convinzione ufficiale o automatica. Devono poi esporre con maggiori dettagli una voce alternativa, che può esprimere una preoccupazione, un timore, una speranza, un dubbio, etc., ma che raramente ha la possibilità di trovare espressione. Così, nel contesto della visione sartriana delle emozioni, un partecipante potrebbe dire: “La mia convinzione ufficiale è che sono libero di controllare la mia rabbia. Una voce alternativa dentro di me dice, invece, che spesso non c‟è alcuna possibilità che mi calmi, che sono vittima di fattori psicologici che mi fanno esplodere. Ho percepito questa voce ieri a pranzo, quando nessuno mi stava ascoltando. Mi sono sentito in preda a ondate di frustrazione. Secondo questa voce, Sartre sbaglia perché io non plasmo liberamente le mie emozioni. Esse costituiscono, invece, dei poteri che riesco o meno a vincere”.

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b. Conversazione rinviata: in questo contesto, per evitare assunzioni di principio e automatismi mentali, non interveniamo immediatamente quando è il nostro turno, come accade nelle conversazioni quotidiane. Dobbiamo invece aspettare in silenzio per circa dieci secondi (si può concordare altrimenti la durata dell‟attesa) prima di parlare. Questa regola ci rende consapevoli della tendenza al discorso automatico, aiutandoci a cercare internamente altri tipi di voci.

c. Che cosa mi dice il filosofo? Ora il principale punto in discussione è: “Che cosa dice il testo (o un dato filosofo) a me, personalmente, sulla mia vita? I due interlocutori mettono da parte le opinioni personali e possono usare soltanto la „voce‟ filosofica del testo scelto (o del filosofo). In altre parole, parlano di una questione personale partendo dalla prospettiva offerta dalle idee del testo ( o del filosofo): concetti, supposizioni, convinzioni.

Cambiare ruolo di tanto in tanto spesso aiuta: un partecipante assume il ruolo della voce filosofica scelta, mentre l‟altro impersona se stesso e i due insieme discutono un argomento del recente passato che li riguarda.

http://www.counselingitalia.com/counseling-contenuti-46/10-articoli/421-recensione-il-counseling-comunicazione-e-relazione-nellincontro-con-laltro

Recensione: IL COUNSELING. Comunicazione e relazione nell’incontro con l’altro

Lucia Zorzi
Il counseling. Comunicazione e relazione  nell’incontro con l’altroVi segnaliamo questo libro, da noi letto, recensito da Lucia Zorzi.
Semplice, scorrevole, da leggere tutto d’un fiato, “olistico”, un must have del counseling.

Da qualche tempo si torna a discutere della rinnovata fioritura di una professione nell’ambito delle relazioni d’aiuto, quella del counselor. La novità non risiede nella professione di per sé (se ne parla dalla metà del secolo scorso), ma nella diffusione che questa pratica sta vivendo e nell’accattivante appeal che la contrappone – forse ingiustamente, sicuramente in modo superficiale – alle psicoterapie. Come se fosse finalmente possibile la riscossa di chi per anni si è steso sul lettino, ha investito un fiume di denaro, e spesso si ritrovato con la sensazione di aver risolto ben poco. Ma non è questo, a nostro avviso, il centro di interesse del nuovo scenario.

Si parla di counseling per indicare una relazione d’aiuto del tutto diversa dagli approcci terapeutici riferibili alla psicologia, dove radicalmente nuovi sono il rapporto consulente/cliente, la modalità di intervento e gli obiettivi finali. Va tenuto presente che le relazioni d’aiuto non possono (non avendone gli strumenti) prendersi cura di problemi patologici, campo che resta di pertinenza della psicologia e delle psicoterapie.

Ogni intervento di counseling parte dal presupposto che la persona abbia già dentro di sé le capacità per affrontare i problemi che possono intralciare il corso della sua vita, senza dover ricorrere al sapere profuso da qualche esperto e senza l’obbligo di essere ‘psicologizzata’ sempre e comunque. Si tratta di una tendenza a migliorare e a sapersi orientare nella vita, si potrebbe dire, a patto che patologie vere e proprie non intervengano a inficiare questa naturale capacità.
Carl Rogers, il primo ad essersi occupato del counseling in una relazione d’aiuto, ha osservato questa forza positiva e auto-migliorativa anche in un tipo di alghe che vivono sugli scogli della California, deducendo che si tratta di una caratteristica propria di tutti gli organismi, non solo dell’essere umano.

Perché una denominazione inglese? Non esiste un termine corrispettivo in italiano? C’è stato un ampio dibattito in Italia sulla questione e si è stabilito che ‘counseling’ resta per il momento il termine che più rappresenta e connota la nuova disciplina.
Va detto che pur destando curiosità, è una realtà che resta ancora avvolta in un’aurea un po’ misteriosa e che si pensa ad uso di una ristretta cerchia di privilegiati, con tanto tempo libero, idonei mezzi culturali e personalità già ben sviluppate. Si assiste però ad un recente tentativo di raccontarla meglio: ci provano i giornalisti e ci provano soprattutto gli ‘esperti’, coloro che da anni si stanno impegnando per contribuire alla fondazione teorica e pratica, per farla diventare una professione legalmente riconosciuta a tutti gli effetti.

Allo scetticismo di alcuni e all’entusiasmo di altri corrisponde un panorama assai variegato: si moltiplicano a ritmo sostenuto corsi e seminari su vari tipi di counseling quali l’analisi transazionale, l’autobiografia esistenziale, il counseling rogersiano centrato sulla persona, il counseling filosofico, quello sistemico, il training autogeno, il counseling on line, quello razionale-emotivo di Albert Ellis, per citarne solo alcuni. Alla parola ‘counseling’ corrispondono oltre otto milioni di voci su Google. Fare chiarezza in un orizzonte così ampio – sia a livello normativo che a livello di fondamento teorico – non è cosa da poco. Un senso di confusione e vaghezza, ma anche di ‘area di confine’, è inevitabile. E’ soprattutto chi si avvicina a questa disciplina come possibile cliente o come futuro counselor che ha bisogno di veder delimitate le linee essenziali, fondanti e contraddistinte di quest’ambito delle relazioni d’aiuto.

Una possibilità di chiarificazione viene proposta durante le presentazioni dei corsi delle varie scuole che si susseguono in molte città e dove spesso intervengono anche i docenti per rispondere direttamente alle domande degli interessati. Ma in questi incontri non è detto che si acquisisca una maggiore chiarezza. Non resta che intraprendere un proprio percorso personale cominciando in libreria, alla ricerca di alcuni testi specifici (Carl Rogers, Rollo May, Roger Mucchielli, Annamaria Di Fabio, Marcella Danon, Scott Meier, per citare alcuni nomi).

Può risultare ancora più utile, tuttavia, cominciare dal testo giusto, quello che sa rappresentare, con linearità e sintesi, le principali caratteristiche e realtà di questo panorama in continua espansione. Segnaliamo la recente uscita di un agevole libro edito da Xenia, “Il Counseling. Comunicazione e relazione nell’incontro con l’altro”. L’autore, Luca Nave, è docente presso la Scuola Superiore di Counseling Filosofico di Torino, direttore della Rivista Italiana di Counseling Filosofico, ricercatore ISFIPP nell’area “Filosofia e medicina”, da anni impegnato come counselor filosofico in ambito clinico, dove lavora sia con gruppi che individualmente.

Il libro di Nave prova a mettere ordine tra le tante informazioni reperibili sull’argomento e lo fa in modo chiaro e conciso. L’intento dell’autore è esplicitamente didattico: semplificare il più possibile questa realtà per offrirne il massimo numero di sfaccettature. Un’operazione non facile, che prevede una considerevole e approfondita conoscenza dell’argomento per poter includere tutti gli aspetti peculiari senza risultare superficiale o affrettata. In poche pagine, Nave riesce a tracciare quell’orizzonte a cui si è fatto riferimento scegliendo di privilegiare la didatticità dell’obiettivo (è un libro di servizio, uno strumento didattico con cui iniziare il proprio percorso) e non la problematicità che ci si potrebbe aspettare da un testo su questo argomento. Conoscendo la capacità e la consuetudine dell’autore di attraversare complessi sistemi di pensiero, è un’apprezzabile fatica quella di aver sacrificato la ricerca concettuale in profondità a favore di una sintesi lineare, che risulta puntuale e ricca.

In ogni pagina si sente l’eco di decine di autori che hanno scritto la storia del counseling in Italia e nel mondo, autori (e i rispettivi testi) che formano il substrato del libro di Nave e che dovrebbero accompagnare le riflessioni di chi intende avvicinarsi a questa nuova professione. Gli aspiranti counselor troveranno in questo libro non soltanto i concetti fondanti della disciplina, ma anche un reticolato bibliografico da ripercorrere e approfondire, all’insegna della semplicità espositiva, ma denso di echi di importanti autori: Carl Rogers, A H Maslow, R Mucchielli, A Di Fabio, Umberto Galimberti, L Boella, Paul Watzlawick, Rollo May, Edith Stein, Carl Gustav Jung, Sigmund Freud, R Jakobson, Mastronardi, Schein, Langs, Margareth Howgh, Marcella Danon.

Lo sforzo è quello di delineare un terreno comune a tutte le pratiche di counseling esistenti oggi, sottolineando la necessità di partire dal rispetto per la persona, dalla sua libertà di decisione e di scelta. Se è vero che al counselor sono necessarie quelle qualità che in fondo dovrebbero essere comuni e connaturate in tutte le persone (capacità empatica e di risonanza con un’altra persona; fiducia nella possibilità di ogni essere umano di svilupparsi al meglio; acutezza nel saper ascoltare e nel porre le domande giuste, nel modo giusto, al momento giusto), è anche vero che il counselor poco deve lasciare alla spontaneità delle doti che ha avuto con la nascita. L’empatia va migliorata e approfondita, ricorda Nave, così come la capacità di accettare completamente l’altro con le proprie convinzioni radicate e una originale visione del mondo.

Il libro di Luca Nave, si è detto, indica la cornice di supporto, quella che ogni aspirante counselor dovrebbe tenere presente addentrandosi nella propria formazione. Anche i clienti dovrebbero imparare a conoscerla, per capire se effettivamente una relazione d’aiuto di questo tipo è quello che cercano.
Dai titoli dei capitoli (l’arte della comunicazione, l’arte dell’osservazione, l’arte di aiutare, della comprensione empatica, dell’accettazione, l’arte di ascoltare, del domandare e del rispondere), si capisce che quello artistico è un concetto fondamentale: non si sta infatti parlando di una terapia o di una tecnica, ma di un’arte vera e propria che va ‘sentita’, sviluppata e coltivata dentro di sè.

Una relazione d’aiuto (come qualsiasi altra relazione umana) si fonda sul dialogo tra due persone, ma in quell’incontro la parte principale viene recitata dal modo di essere del counselor, non dal suo ‘saper fare’ o ‘saper dire’.
Se può risultare relativamente semplice imparare una prassi di intervento, non altrettanto si può dire delle qualità personali necessarie. Un counselor deve investire molto nella propria formazione, ricordando quanto sia importante l’efficienza personale: nell’incontro è lui, infatti, a portare la responsabilità di accompagnare l’altro, quindi deve porsi sempre al meglio.

In quell’incontro tutto si gioca nella capacità di far posto al mondo dell’altra persona, alla necessità di uscire dal proprio egocentrismo per lasciarsi meravigliare e sorprendere dal mondo portato dall’altro. Solo ‘creando’ e promuovendo un ascolto attivo ed empatico, il counselor potrà condurre efficacemente il cliente fuori dal problema enunciato. Un atteggiamento artistico che non esclude un fondante ricorso alla ragione, ad un approccio razionale che non ha nulla di prestabilito, né di rigido. La relazione d’aiuto viene circoscritta al ‘qui e ora’: non interessa la storia clinica del consultante, non è fondamentale sollevare i veli dell’inconscio. Nessun ricorso a etichette, casistiche, similitudini, psicologizzazioni: il counselor deve credere profondamente che ogni persona con la quale ha a che fare, nella vita e nella professione, è un essere unico, irripetibile, degno del massimo rispetto e della massima attenzione, indipendente e responsabile.

Assunta sinceramente questa convinzione, il counselor inizia a lavorare su se stesso in un processo formativo senza fine, che si comporrà come un progetto di vita: ogni sforzo sarà concentrato sul diventare una persona capace di comunicare sempre meglio, per poi aiutare altre persone a farlo. Ci si può forse spingere a dire che, prima ancora di occuparsi di come affrontare una seduta, il counselor deve avere a cuore un’utopia che lo renda un visionario, occupato in prima persona a costruire una vita migliore, più consapevole, per sé e per quelli che potrà aiutare.

Il testo di Nave risulta uno strumento agevole per chiarire questi concetti di fondo e per togliere confusione e possibili fraintendimenti. Stiamo parlando di una disciplina ‘multi-settoriale’, precisa l’autore, che tiene conto al proprio interno di elementi appartenenti alle scienze psicologiche, filosofiche, sociologiche e pedagogiche. Lo scenario in cui viene inserita una relazione d’aiuto è dunque molto vasto: non solo una tecnica, ne fa parte l’intera esistenza. Poggiando su un territorio molto vasto, chi pratica una relazione d’aiuto deve essere competente in molte discipline perché è proprio nella complessità e nelle varie sfaccettature del reale che questa pratica può cercare di essere veramente efficace.

Le prime pagine (pp. 7-19) sono dedicate ai concetti principali della comunicazione quale strumento per eccellenza che rende possibile una relazione d’aiuto. Si parte elencando gli elementi di comunicazione globale, per passare poi a differenziarla da quella lineare descrivendo l’emittente, il ricevente, il canale e il codice, le conseguenti codifica e decodifica, il fenomeno del feedback, infine il messaggio vero e proprio. L’argomento del primo capitolo inquadra l’influenza reciproca che si verifica tra cliente e counselor e la necessità di prestare attenzione non soltanto al messaggio che viene detto, ma soprattutto al contenuto paraverbale e non verbale della comunicazione. L’obiettivo deve essere quello di imparare ad affinare sempre di più l’arte di ascoltare e di osservare, acquisendo quelle competenze comunicative che rendono efficace la capacità di relazione.

Molto importante il capitolo terzo (pp.33-51) che si occupa dell’arte di aiutare e che fa chiarezza sulle differenze (e su qualche similitudine) tra counseling, consulenza, psicoterapie e psicanalisi. Pur fondandosi su un terreno non così facilmente delimitabile, risulta davvero importante non fare confusione tra questi tipi di intervento. Nave ricorda come il counseling sia nato a metà del secolo scorso quale alternativa alla psicanalisi di stampo freudiano e all’indirizzo comportamentista in psicologia, che erano allora i due modelli ‘classici’ di intervento. L’approccio studiato da Carl Rogers, che si è subito proposto come terza ‘forza’ in psicologia, ha prodotto una rivoluzione copernicana. Lo psicoterapeuta americano si era accorto dell’impossibilità di far rientrare ogni singolo paziente nelle classificazioni previste da ciascun modello teorico. Rogers ha dunque preso le distanze dai due principali modelli di intervento psicologico non per divergenze teoriche, ma per percorrere una strada tutta sua che lo ha portato ad una nuova visione dell’uomo nel mondo.

Questo approccio sta alla base, pur con diverse varianti, del movimento umanistico o filosofico-esistenziale che si colloca tra filosofia e psicologia e che apre interessantissimi ambiti multidisciplinari nelle relazioni d’aiuto: atteggiamento non direttivo, ma di accompagnamento fiducioso della persona che cerca aiuto – considerata capace di decisioni e di assunzione di responsabilità – , non un sintomo da curare ma un problema da analizzare per poi essere efficacemente affrontato in prima persona dal consultante.

Si è scritto molto – e spesso in modo confuso o incompleto – per cercare di delimitare i rispettivi campi di intervento, dove sono inevitabili alcuni spazi di adiacenza e similitudine. L’empatia, per esempio, è usata sia nel counseling che nelle psicoterapie e in psichiatria. Forse il principale criterio di differenziazione sta nell’atteggiamento, nel metodo e nell’obiettivo: non spetta al counselor guarire una persona, ma aiutarla a ‘riattivarsi’ assistendola mentre riprende in mano la propria esistenza affrontando, e possibilmente risolvendo, un problema specifico. Non si tratta di interventi di ristrutturazione della personalità, né di tecniche persuasive o dissuasive. Non interessa scandagliare l’inconscio, nè ripercorrere una biografia, ma agevolare un processo di ‘ridestamento di presenza attenta’: la persona torna a essere protagonista della propria vita, con le capacità attualmente a disposizione. Verrebbe da dire che la relazione di counseling mira a ripristinare un protagonismo esistenziale, una libertà di scelta momentaneamente interrotta o celata dietro alla problematica enunciata durante la seduta.

Le ramificazioni delle psicoterapie e del counseling sono veramente numerose, come si è detto, e questo rende ancora più difficile tracciare linee precise di demarcazione. Quello che forse non va fatto è l’errore di contrapporre continuamente le prime al secondo. Non si tratta di annunciare un aut-aut ai clienti/pazienti, ma semmai di cercare rinnovate intersecazioni multidisciplinari che abbiano in comune l’obiettivo di essere efficaci per la soluzione del disagio lamentato dalla persona che chiede aiuto. Decenni di affinamento delle tecniche psicologiche non possono essere liquidati con superficialità o pregiudizio: va detto chiaramente che ci sono problematiche non affrontabili con una relazione d’aiuto, mentre quegli stessi problemi possono essere brillantemente risolti dalle psicoterapie. Forse è nei casi di confine – in quei disagi dove lo psicoterapeuta interviene e che anche il counselor può affrontare – che va cercata una nuova alleanza, se il sincero obiettivo è il bene del cliente/paziente. In fin dei conti, ciascuno il proprio medico se lo sceglie: perché non poter essere aiutati a scegliere anche il ‘medico dell’anima’, senza trovarsi per questo su un malfermo terreno di spartizione?

Vogliamo immaginare una situazione possibile dove un counselor dice al proprio cliente: “Per risolvere il suo problema, è meglio che si rivolga ad uno psicoterapeuta”. Altrettanto serenamente uno psicoterapeuta saprà dire al proprio paziente: “Contatti un counselor: saprà aiutarla con competenza”. Il codice deontologico – a cui Nave fa un breve accenno nella conclusione del libro – prevede già questo: con lealtà il professionista è tenuto a indirizzare la persona ad altre figure cliniche, qualora lo ritenga utile. Ci rendiamo conto che non è cosa da poco delimitare in modo convincente il campo di intervento di una nuova disciplina, senza suscitare perplessità quando va bene, alzate di scudi se va male. Ma il counseling non può prescindere dal guadagnarsi il consenso sul campo, con serietà e tenacia, lavorando per ottenere il permesso di fare un passo in avanti e affiancare altri tipi di pratiche che si prendono cura dell’uomo.

Il capitolo centrale del libro (pp.52-67) è dedicato all’arte della comprensione empatica che “richiede l’attivazione dell’intera nostra sensibilità-emotività e dell’intera vita della nostra mente” (Nave, pg. 63). Di questo enigma della comunicazione abbiamo già accennato sopra: è difficile dire perché risulta così efficace; è arduo anche cercare di descriverlo nella sua totalità. Sembra però dimostrato che è sull’empatia – e non sulla formazione teorica del counselor – che si misura l’efficacia dell’intervento in una relazione d’aiuto. Se non si riesce a stabilire una reciproca attenzione empatica, il counseling praticamente non avrà luogo. L’incontro diventerà un’altra cosa: una richiesta di consulenza, un incontro di problem solving (di tecniche collaterali Nave parla brevemente nell’ultimo capitolo, pp.104-115).
Nella nuova visione antropologica indicata da Rogers, quello che spicca è il concetto di vita-in-relazione: noi viviamo solo se siamo esseri-nel-mondo, esseri-in-relazione. Per questo è necessario imparare a comunicare, e – altrettanto necessario – imparare ad ascoltare e a osservare. Una affermazione di Nave sottolinea bene questo concetto:

“Permettersi di comprendere un individuo, nel senso ampio del termine “comprensione” che include empatia, accettazione e ascolto attivo, significa infatti cercare di non plasmarlo a nostra immagine e somiglianza e di entrare nel suo ‘quadro di riferimento’, senza temere il cambiamento in noi che la sua vicinanza potrebbe comportare. Anzi, accettare gli altri significherebbe assumere come valore fondamentale il cambiamento, e considerare il divenire stesso quale scopo ultimo dell’esistenza-con-gli-altri” (Nave, pg. 73)

E’ un duro allenamento quello che aiuta ad abbondare l’abitudine a dare valutazioni e interpretazioni, a praticare l’epochè, a sospendere il giudizio. E’ altrettanto difficile imparare ad essere persone autentiche, a realizzare la matrice che ci abita. Spesso non abbiamo chiaro il nostro poter-essere. Quando questo è per qualche motivo reso possibile, i benefici non deludono: anzi, è forse l’unica modalità per sentire che la nostra vita si struttura di senso, che non ci lasciamo attraversare dal tempo che passa senza opporre alcunché: la consapevolezza per esempio, una decisione, un progetto esistenziale, la nostra filosofia. Sono tante le possibilità che possiamo mettere in campo. Un counselor sa che queste cose accadono prima dentro a se stesso e poi nelle persone che incontra. Un counselor vuole che queste cose accadano. Un counselor non si dà pace finchè queste cose non accadono.
Un aspetto veramente affascinante della relazione d’aiuto sta proprio nella dinamicità della relazione tra due persone (o tra un gruppo di persone): questo dinamismo ben rappresenta la mobilità creativa dello spirito che ci abita e riesce ad operare cambiamenti anche significativi in ogni persona che si ponga attenta e consapevole all’ascolto. Un counselor, forse, si fa forza soprattutto della convinzione che le biografie possono cambiare.

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http://www.edc-online.org/index.php/it/idee-forza/poli-produttivi/polo-lionello/1008-il-polo-lionello-bonfanti-qincontraq-adriano-olivetti.html

Martedì 27 Aprile 2010 17:29

Al Polo Lionello il primo incontro della serie “Adrianolivettiannouno”

Il Polo Lionello Bonfanti “incontra”Adriano Olivetti

di Lucia Zorzi

100426_Olivetti_01Loppiano – Accade, qualche volta, che un incontro lasci il segno. Ieri pomeriggio il Polo Lionello Bonfanti ha ospitato uno di questi rari incontri. A introdurre il tema “L’idea di comunità nell’agire d’impresa”, è stato l’economista Luigino Bruni, che ha tracciato  convergenze e divergenze tra il pensiero di Adriano Olivetti (del quale quest’anno cade il cinquantenario della morte) e  la realtà d’impresa di comunione testimoniata dal Polo Lionello Bonfanti di Loppiano, culla dell’Economia di Comunione.

L’incontro con gli imprenditori, i lavoratori del Polo e gli studenti dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano è stato proposto dall’Associazione Vita Eudaimonica e dal suo presidente, il filosofo Alberto Peretti, studioso ed esperto del pensiero olivettiano.

Durante l’incontro sono stati illustrati i concetti chiave del pensiero di  Olivetti, imprenditore illuminato e con idee ancora utili all’economia, pur in un momento di crisi di mercato.  Il professor Peretti ha evidenziato come il polo di aziende che fa capo all’Economia di Comunione costituisca la punta dell’economia del futuro, 100426_Olivetti_03capace di fondarsi su un’idea di vita degna di essere vissuta, dove il lavoro é occasione di profitto, ma anche motore di un mondo più degno.  Occorre immettere sul mercato una nuova energia e questa viene ottenuta  innestando logiche di dono, di gratuità. Si tratta di compiere una ricerca per ridare all’uomo e alle sue opere la perduta armonia.  Contribuendo  al perfezionamento del mondo, una azienda che creda in questi valori si procura e ha a disposizione un valore intangibile, ma allo stesso tempo molto concreto e i profitti non tarderanno ad arrivare. Come testimonia la parabola professionale dell’imprenditore di Ivrea (che era riuscito a portare l’azienda a oltre 36 mila dipendenti, con filiali  in tutto il mondo), lavorare contro l’alienazione e la parcellizzazione dell’uomo, paga sempre.

Fare business significa commuoversi per quello che si fa – ha detto Peretti agli intervenuti all’incontro – In piccolo, con le nostre imprese possiamo cambiare il mondo”.  L’autenticità è richiesta sia all’imprenditore che alla sua idea di impresa, dentro la quale devono trovare posto anche forze spirituali. Una sfida, dunque, quella lanciata dal pensiero olivettiano, che andrebbe raccolta per verificarne l’applicabilità e la possibilità di miglioramento anche in questi  momenti di recessione mondiale

L’economista Bruni ha in particolar modo evidenziato l’attitudine al fare comunità su cui si basa l’Economia di Comunione e all’importanza che viene data ad alcuni valori ritenuti fondamentali dalle aziende che hanno aderito al Polo di Incisa Val D’Arno: amore per la bellezza (che è anche un modo per amare); la vocazione ad essere imprenditore (e non uno speculatore attento solo ai profitti), la capacità di ideare un’impresa-progetto dove la ricerca della felicità gioca un ruolo molto importante; il sentirsi parte di una comunità più grande che può cambiare la propria città con la convinzione (sostenuta anche da Chiara Lubich) che poi una città non basta: sarà il mondo intero a cambiare grazie a noi se avremo il coraggio di pensare in grande e di cercare con onestà e autentico desiderio di soddisfare i bisogni della gente.

100426_Olivetti_02La società Arcobaleno, tra le prime ad insediarsi dentro al polo di Incisa Val D’Arno, ha raccontato la propria esperienza, sottolineando l’importanza del mettere in comunione anche le necessità nei momenti di crisi. L’imprenditore, quasi un artista che costruisce ogni giorno la sua impresa, ha sempre ben presente che al centro deve collocare la persona. Vivere in un contesto di economia di comunione è occasione di gioia profonda, dove – quando è possibile – parte degli utili vengono dati ai soggetti sociali più deboli. A concludere l’incontro la presentazione del libro “L’Utopia in azione”, di Isaline Bourgenot Dutru, edizioni Città Nuova.

Il ciclo di incontri sulle idee di Adriano Olivetti promosso dall’Associazione Vita Eudaimonica proseguirà il 22 settembre a Parma, il 21 ottobre a Como, il 26 ottobre a Milano. E poi ancora in Novembre a Roma e a Vicenza, per concludersi in dicembre a Ivrea.

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